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Domande che curano

Venerdì 3 maggio 2024 alle 17.30, presso la nuova sede dell’Associazione #DallaStessaParte a Palermo in via dell’Artigliere 6, presenteremo il libro Domande che curano.
Roberta Campo ha scritto per noi una recensione accurata: un invito alla lettura in cui si riconoscono i principi che ci hanno motivati a fondare l’associazione e che abbiamo sintetizzato nel nostro progetto.


Domande che curano è scritto da quattro psicologhe reichiane unite nel desiderio di stare insieme per farsi domande.

Le Autrici si muovono e si inoltrano tra questioni volutamente aperte, senza avere mai la pretesa di dare delle risposte; ma il libro è anche un invito a mettere la testa fuori dagli spazi occupati da un collettivo amente, sempre meno interessato a interrogare ciò che viene dato per scontato nel quotidiano.

Domande che curano può essere visto, quindi, come una vera e propria messa in discussione che indistintamente interroga tutti a ritornare a sostenere lo sguardo su come concepiamo lo spazio comune e condiviso, proprio dopo un periodo storico tristemente e dolorosamente attraversato da divisioni, sfiducia, desiderio di controllo, sospettosità. Sentimenti, questi, che hanno segnato come mai prima d’ora persino quei legami che consideravamo indissolubili, ma che invece sono stati bruscamente strappati.

Il testo attraversa temi fondamentali e solo apparentemente diversi tra di loro: il politicamente corretto, le pratiche sanitarie, il ruolo della psicologia oggi e le politiche sanitarie, la gestione dell’informazione a opera dei mass-media, la verità, il trans- e post- umano, la morte.

Si vorrebbe sfatare l’idea che argomenti come ‘scienza’, ‘tecnica’, ‘bene comune’, ‘politiche sanitarie’ siano autoevidenti, tanto da non dovere essere né questionati né motivati.

Il volume è una proposta per guardare, osservare e comprendere ciò che ci precede, e iscrive il nostro esistere all’interno di un corpo collettivo più ampio.

La continua ricerca delle domande lo rende anche un’occasione per riattraversare le ferite che hanno lacerato la nostra comunità, non solo civile ma anche professionale.

Apparentemente sembra che stiamo parlando di un periodo già passato alla storia. Tutto sembra tornato alla normalità, ma non è andato tutto bene come si sperava inizialmente. Non solo allora, quando si svolgevano i fatti. Purtroppo ancora oggi sembra esserci un certo pudore nel tornare a parlare di quanto è accaduto e che, in ambiti solo apparentemente diversi, continua ad accadere ancora adesso. Spesso si rileva un fastidio nei confronti di chi si ostina a tornare a parlare di lockdown, ma soprattutto di vaccini e dell’obbligo vaccinale, di questa storia comunque tormentata e tormentosa.

Tutto fa pensare che in realtà vi sia poco di elaborato su quando accaduto.

Dunque, non possiamo dire che sia andato tutto bene: ognuno porta con sé un personalissimo “strappo”. Il testo, però, non si riduce mai a diventare un banale tentativo di ricucire le lacerazioni e disinfettare le ferite. Dal mio punto di vista prova a fare qualcosa di più.

Questo qualcosa in più lo dichiarano le stesse Autrici quando condividono il senso del loro pseudomino: Eumenidi.

Le Eumenidi, nella tradizione greca, sono le dee della benevolenza che vigilano sulla Giustizia. La storia delle Eumenidi di Eschilo è proprio la storia di una vendetta trasformata in benevolenza. Le Erinni, dee possedute da un senso di giustizia vendicativa sono implacabili e inarrestabili. Solo Atena, con la promessa di venerazione eterna, riesce a calmare le Erinni trasformandole in Eumenidi, dee a cui viene affidato il compito di vigilare che a nessuno venga fatto del male.

Queste moderne dee restauratrici ci parlano della loro benevolenza già a partire dal titolo. Le domande curano poiché permettono di fare spazio al grido sordo delle morti in solitudine, delle Antigone afflitte davanti a Creonte, dei bambini spenti dentro le aule sterilizzate della scuola, degli anziani disperati e soli, degli adolescenti senza gruppo.

Al grido di vendetta si sostituisce la parola del “Giusto”, inteso non in termini morali, né in termini di regole. La Giustizia delle Eumenidi giudica l’oppressione, in qualsiasi forma essa avvenga, dell’uomo sopra un altro uomo, perché di esso ne riconosce la sacralità unica e inviolabile.

Il testo si apre con le parole di Hanna Arendt e si chiude con un brano di Italo Calvino tratto da Le città invisibili, probabilmente a volere rimarcare l’importanza di continuare a farci domande su ciò che è dato come ovvio, come autoevidente. È un invito a praticare l’etica della responsabilità, così come pensata da Arendt, per non trasformare il mondo nell’inferno dei viventi.
Porsi le domande consente anche di recuperare un assunto importante per praticare il giudizio, inteso come capacità di giudicare l’arbitrio e l’arbitrario che, in quanto tali, rischiano di essere insopportabili per l’animo e la mente. Non è la malvagità dell’uomo, infatti, a rendere il mondo (e la vita) un inferno, ma l’inadeguatezza dei criteri morali con cui vengono giudicate le azioni.

Il testo riesce sempre a sfuggire al tentativo di moralizzare la società grazie alla capacità delle Autrici di assumersi la responsabilità del “fare le domande”, compito che dovrebbe diventare, in ultima istanza, analisi del potere e dell’esercizio del potere. Perché l’inferno dei viventi può essere una fabbrica, una R.S.A., una scuola, un ospedale, un sistema politico, un impiego. L’inferno si presenta ogni qualvolta viene mortificata la sacralità della vita.

È un discorso, questo, al di fuori della legge e della normatività giuridica.

La Giustizia a cui si rivolgono le nostre moderne Eumenidi appartiene all’ordine del sacro. Del resto, i Greci non avevano una termine corrispondente al nostro “diritto”.

Il sacro chiaramente non va letto in chiave religiosa: siamo in presenza del sacro ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa che non può essere definito in nessun modo, se non tramite un apriori.

Possiamo davvero avere la presunzione di sapere cosa sia la vita? O come si debba definire rispetto della persona umana? Cosa sarebbe la dignità?

Nell’antica Roma il nome era qualcosa di sacro. Tutte le città avevano un nome sacro segreto, che potevano conoscere solo i sacerdoti e che andava custodito pena la distruzione della città stessa. Conoscere il nome significava potere influire, dominare e sottomettere. Conoscere il nome dà potere, nel bene e nel male.

Se ci pensiamo, ogni qualvolta proviamo a definire alcuni concetti sacri, stiamo aprendo alla possibilità di un arbitrio. Ogni volta che disegniamo, grazie al potere di una definizione o di una norma civile, il significato di un concetto, stiamo tracciando un pericoloso confine che permette di definire standard, criteri, regole e deroghe. Ma potremo anche trovare sempre l’eccezione che conferma la regola, proprio come ne La fattoria degli animali di Orwell. Soprattutto sarà possibile trasformare una “dignità inalienabile” in qualcosa di alienabile, perché per ogni confine vi è “un al di là” dove qualcosa diventa possibile.

L’articolato “civile” delle definizioni dello spazio del sacro trasforma la Giustizia delle Eumenidi nella riflessione su quanto sia lecito il potere che una persona può esercitare su un’altra persona, pur rimanendo non perseguibile dalla giustizia.

Ecco perché l’importanza del farsi le domande. Le domande alzano il velo e rendono visibile ciò che in realtà è arbitrario.

Non a caso, per Simone Weil vita, dignità, rispetto, inalienabilità sono termini che appartengono all’ordine del sacro, perché nel momento stesso in cui ci impegnamo a definirli – in termini morali, culturali, sociali, psichici, giuridici – perdono il loro carattere sacro e possono essere circoscritti, revocati, amministrati, controllati.

Le moderne Eumenidi si chiedono quindi: è stata rispettata la legge del diritto? è stata rispettata la legge del sacro?

È una domanda fondamentale in un’epoca in cui qualsiasi aspetto della vita viene amministrato dal diritto, e l’etica viene trasformata in un pericoloso dirittismo.

Le leggi ci hanno detto che bisognava impedire le visite ai malati, ai morenti, ai funerali, alle nascite. Le persone anziane sono state relegate in residenze divenute luoghi di attesa che qualcosa accadesse. Le carceri sono divenute ancor di più, luoghi di detenzione e di isolamento da cose e ospiti che venivano da fuori, fatta eccezione per il virus che era l’unico possibile ospite minaccioso ad accesso libero. Le nascite sono diventate momenti di solitudine delle madri, cui è stato imposto di partorire in assenza dei mariti e delle madri, di portare la mascherina il più possibile durante il parto, di non toccare nessuno degli infermieri presenti durante il travaglio (p. 10).

La postura della Giustizia ci invita a fare le domande. Le domande non hanno la pretesa di risolvere nulla, ma solo di aprire e ampliare l’orizzonte della realtà. Le domande avvicinano alla verità, non tanto perché esista una Verità unica e assoluta ma perché creano spazio per il pensiero.

Nelle verità fondate sui dogmi, sugli intenti persuasivi, sulle immagini dimostrative di una evidenza incontestabile, abbiamo dimenticato le domande, ovvero le porte relazionali per eccellenza, i nodi tematici, le capacità di argomentare, del lasciare in sospeso, dell’attendere, del fare relazioni davanti ad un accadimento non noto, del fare ricerca collaborando tra professionisti che propongono tesi opposte (p. 29).

Un’etica, questa, sempre più importante nell’epoca attuale, in cui le immagini prendono il posto della realtà. Baricco, commentando i fatti dell’11 settembre, segnalava una trasformazione nei modi in cui facciamo esperienza della realtà, che ci allontana dalla possibilità di stare all’interno di un rapporto complesso e articolato con essa: “il mondo non ha tempo di essere così. La realtà non va a capo, non concorda i verbi, non scrive belle frasi, noi lo facciamo quando raccontiamo il mondo, ma il mondo, di suo è sgrammaticato, sporco, la punteggiatura la mette che è uno schifo”.

Poco prima scriveva: “c’è un’ipertrofia irragionevole di esattezza simbolica, di purezza del gesto, di spettacolarità, di immaginazione (…) In tutto c’è troppa maestria drammaturgica, c’è troppo Hollywood, c’è troppa fiction”.

La prevalenza dell’immagine sulla percezione diretta della realtà comporta un depotenziamento della funzione epistemofilica, quella funzione che sostiene un modo del comprendere capace di stare all’interno di uno spazio comune di interrogazione.

In “Domande che curano” le Eumenidi, insieme ai propri lettori, provano a creare e mantenere vivo tale spazio.

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Ad Agrigento: Lo spietato repertorio della contemporaneità

Sabato prossimo 14 ottobre 2023 ci vediamo ad Agrigento!

Inizieremo con la presentazione del libro “Lo spietato repertorio della contemporaneità. Verso una normopatia sociopatica” e avvieremo un piacevole confronto con l’Autore Gabriele Mignosi e i soci #dallastessaparte.

Sarà l’occasione per conoscerci, e per ragionare insieme sulla funzione che la Psicologia sta assumendo nella società contemporanea.

Ci vediamo sabato alle 17, all’Hotel Tre Torri di Agrigento, in via Cannatello 7.

Qui sotto trovi la locandina dell’evento, se vuoi puoi condividerla con i colleghi che pensi siano interessati.

Per iscriverti e per ricevere informazioni sulle attività dell’associazione #dallastessaparte puoi utilizzare questo modulo.

locandina Agrigento
Attualità

Cronache psicologiche: di sicurezza, vittime e violenza

Nel suo primo articolo per “Lo Scrittoio”, Gabriele Mignosi porta avanti, e ancora più a fondo, l’analisi sviluppata nel libro “Lo spietato repertorio della contemporaneità. Verso una normopatia sociopatica”.
Qui esaudisce la richiesta dei soci di #DSP e prosegue la disamina delle “trappole del complesso neoliberista”.
È certamente un contributo di grande valore, così come l’impegno che dedicheremo al suo studio.
La ricompensa sarà la ricostruzione della trama complessa e tridimensionale, degli eventi sociali, politici, economici e culturali di cui siamo testimoni.
Da un punto di osservazione rigorosamente psicologico, Gabriele costruisce argomentazioni solide, pacate, aperte e generose. E discutibili, vivaddio!
Le pubblichiamo soprattutto con l’obiettivo di ravvivare un dialogo all’interno della nostra categoria – che coinvolga tutti e non escluda nessuno – sulle determinanti e sulle implicazioni psicologiche e sociali di taluni provvedimenti di politica generale, sanitaria e professionale.
Perché, a pensarci bene, nel considerare l’importanza di un confronto schietto, autentico e pacifico, non possiamo che essere tutti #dallastessaparte.


Le trappole del complesso neoliberista sono oggetto di disamine critiche, più o meno radicali, ormai da diversi anni. Spesso, queste analisi preconizzano la fine del capitalismo; ma tirare i piedi del condannato, sembra che gli allunghi la vita.

Nel 2020 ho provato anch’io a fornire un contributo sulla cultura capitalistica del nostro tempo, attingendo da numerose fonti che ne analizzano nel dettaglio le implicazioni più deteriori e decadenti.

Ciononostante, i fenomeni globali occorsi nell’ultimo triennio[1], impongono un supplemento d’analisi, per comprendere ciò che fino a un momento prima appariva impensabile: una mobilitazione mondiale finalizzata al reclutamento politico, sanitario e militare nella guerra per la sopravvivenza.

1. Nonostante gli sconvolgenti provvedimenti in materia securitaria di questi anni possano essere interpretati come il canto del cigno del sistema neoliberista, di canto del cigno non c’è traccia.

Il capitalismo contemporaneo è vivo; solo, il suo volto ha perso la patina del sempiterno giovane e piacione Dorian Gray, per mostrare quella spietata e violenta che celava.

La questione della legittimità e del senso dei suddetti provvedimenti deve poter essere osservata senza alcuno scrupolo, affinché gli stessi possano essere reintrodotti nell’ambito del paradigma in cui si iscrivono.

Nel suddetto lavoro (2020), ho tracciato un percorso di riflessione che sottolinea alcune peculiarità del cittadino occidentale e occidentalizzato, sempre più fiaccato, nella volontà e consapevolezza, dal consumismo; un cittadino aguzzino di se stesso, intento a un monitoraggio e abuso continuo di sé, al fine di mantenere nella “norma” i propri parametri biometrici sempre più particolareggiati; un cittadino che per la propria sopravvivenza e il proprio primato, è disposto a negare l’altro e a usarlo con cinismo, spogliandolo del suo valore giuridico-morale, in un regime di “nuda vita”; un cittadino immiserito dal proprio individualismo e incapace di ribellarsi (Agamben, 1995, 2006; Han, 2012, 2014); un cittadino, in buona sostanza, angosciato dalla morte e orfano di qualsiasi dispositivo culturale e spirituale che lo sostenga di fronte ad essa.

Ho definito questo campione di cittadinanza “tossiconarcisista”, per segnalarne la dipendenza strutturale da protesi materiali e immateriali di ogni tipo (cfr. Preciado, 2008) e l’irriducibile disposizione autoindulgente e autoreferenziale.

Ebbene, ritengo ciascuno degli aspetti appena elencati prodromico dell’atteggiamento e comportamento che la popolazione occidentale (e occidentalizzata) ha generalmente mantenuto negli ultimi tre anni, con particolare riferimento alla disponibilità individuale e collettiva alla deroga alle libertà nel nome della sopravvivenza, in modo politicamente passivo, ma compulsivo e cinico sul piano del controllo di sé e dell’altro.

Ciò detto, nonostante quel cittadino normopatico (Mignosi, ibidem) – definito prima della pandemia – mostrasse tutti i segni premonitori del soggetto perfettamente adattato alla stagione del Covid-19, sono rimasto sorpreso dalla spregiudicatezza con la quale si è manifestato: gli inseguimenti in elicottero del runner isolato, le procedure di decontaminazione delle suole delle scarpe, il distanziamento millimetrico di banchi e alunni nelle aule (come fossero birilli piantati sul pavimento), il bisogno di tornate vaccinatorie quadrimestrali per il proprio bene o per quello di altri già vaccinati, la panacea del green pass, il ricorso a delazioni, linciaggi, sospensioni, licenziamenti, radiazioni di professionisti e lavoratori “dissidenti”, e tante altre circostanze, costituiscono realtà surreali composte da particelle che prese in sé potrebbero pure apparire sensate.

È questa la cifra di una tecnocrazia/burocrazia che prova a sconfiggere la morte: una violenza ridicola. Se la sommatoria delle tecniche genera un mostro, il mostro non appare in figura, ma rimane sullo sfondo. Lo dicono i numeri.

Se ci concentriamo, per esempio, sul green pass, notiamo che esso s’impone inesorabile e sottintende un’equivalenza tra il suo “darsi” e il “darsi” del virus SARS-CoV-2. Tanto è inestricabile il connubio tra fattore antropologico e ambientale nell’esplosione del secondo, tanto è inestricabile quello tra dimensione artificiale e naturale del primo. Questo spiega in parte l’eccellente presa che ha avuto sulla popolazione, ben lungi dall’opporvisi o tollerarlo con riluttanza, che lo ha introdotto nel suo bagaglio di usi e dispositivi scontati della quotidianità.

La mole di fattori sanitari, biologici, psicologici, politici, culturali che aprirebbe il campo sterminato della complessità dei fenomeni intorno a questo virus, è qui ampiamente amputata. Questa complessità altro non è che l’espressione di una molteplicità di variabili determinanti che, su tutti i piani, giungono a definire quella che è la manifestazione virale, caso per caso. Un fenomeno globale, affrontato ammassando tutte queste peculiarità in un unico calderone di significato – distillato in un dispositivo booleano – nega qualsiasi possibilità di analisi idiografica.

Una comunità che ha perso la capacità sana di discriminare le fattispecie, introducendo artificialmente un criterio a discapito delle altre migliaia, ha abbracciato il fanatismo.

2. A proposito di fanatismo e propaganda corrispondente, vorrei qui richiamare la rappresentazione del conflitto russo-ucraino, sottolineandone alcune affinità di carattere psicologico con le politiche in merito alla pandemia[2].

Innanzitutto, stiamo parlando di sciagure che promettono la morte indiscriminata. Al di là del rischio concreto, il modo in cui sono state proposte – tramite bollettini, aggiornamenti, analisi di ogni tipo e livello, a mezzo stampa, tv, rete – ha sostenuto un’angoscia di morte collettiva: di quella che coglie in modo incontrollabile.

E sottolineo la questione dell’incontrollabilità.

Una narrazione secondo la quale si rischia di essere contagiati da chi si incrocia per strada – parificando il droplet a un proiettile calibro .357 – è simile alla minaccia nucleare.

Nel giro di due anni, i comuni cittadini delle comode e privilegiate regioni più sicure del pianeta, si sono visti espropriati del loro diritto alla sicurezza, non potendosi più ritenere nel ventre della vacca.

Una simile minaccia non è paragonabile a quella terroristica o cataclismatica. Una bomba in un supermercato o uno tsunami sono evenienze che non costituiscono un allarme totale e costante. Questa è una eccezionale novità, soprattutto se ad una ne segue immediatamente un’altra.

All’angoscia di morte globale e incontrollabile, va associato un altro fenomeno di rilievo psicologico: la disponibilità all’isteria paranoide.

Così come le succitate manifestazioni a protezione dal Covid-19 hanno talora raggiunto vette fobico-deliranti, in diverse occasioni non ci si è fatto scrupolo di escludere da eventi disparati e talora estremamente marginali, ospiti, autori, artisti, sportivi (in vita e non) russi; o, cosa ancora più ridicola, imponendo delle “compensazioni” ucraine.

È necessario non dimenticare (non rimuovere) un presupposto: le misure anticovid o antirusse, vengono pensate e introdotte dentro il circuito neoliberista; non sono esorbitanti e scontate conseguenze del trauma.

Il “darsi” del virus e dell’invasione russa, la loro “datità”, alla quale guardare con neutra oggettività, è la più consueta delle rappresentazioni che i sistemi di potere propagandano per mistificare la parzialità politica delle proprie determinazioni.

Proprio nell’ambito di un sistema neotecnocratico – ossessionato dalla necessità di proteggersi dalle continue minacce attraverso protesi tecnologiche (idem) – la proliferazione di strumenti dal sembiante scientifico costituisce la via maestra nel governo delle cose.

Eppure, ci siamo cascati.

A questo proposito richiamo alla mente formule e argomentazioni del 2020-2021 ripetute tanto nelle nostre case, tanto nel circuito mediatico, in merito alle soluzioni contro il Covid-19: “intanto evito di essere intubato”, “intanto evito di finire nei camion dell’esercito”, “intanto evito di morire da solo”, o anche “poveri ragazzi, quanto male ha fatto loro la pandemia”.

Detto in altri termini: “la situazione è talmente grave che non possiamo spaccare il capello in quattro: poi si vedrà”.

Questa argomentazione non è banale, perché disinnesca qualsiasi iniziativa critica, riflessiva.

La stragrande maggioranza degli individui accetta così di sospendere qualsiasi eccezione etica, di opportunità, di solidarietà, di razionalità, perché in sostanza si tratta di salvare la pelle di fronte a un problema “vero”, oggettivo, assoluto, rispetto al quale le contromisure politiche ricadono nell’ambito dell’altrettanto vero, oggettivo, assoluto; come mettere le mani avanti quando si inciampa.

Va aggiunto che abbiamo garbatamente accettato le numerose falle dell’immunizzazione vaccinale – prima propagandata come tale, poi trasformatasi in protezione dal contagio, poi dalla malattia grave, infine dalla morte – che hanno trasformato una panacea in una necessità quadrimestrale[3], anche per altri motivi.

Intanto, il cittadino acquiescente si è sottoposto con sussiego alla vaccinazione periodica (e lo rifarebbe), perché ha ben rinunciato a ogni opzione autonoma, in funzione di un’adesione dipendente dai dispositivi culturali, medico-sanitari e di qualsiasi tipo.

Attenzione, non è la vaccinazione in sé, ma la necessità di ricorrere sistematicamente ad essa o ad altri sistemi esogeni e prostetici per continuare a vivere la vita di prima, che impone una riflessione. Non farlo, vuol dire cedere all’assuefazione; ed ecco il ritorno dell’individuo tossiconarcisista, fautore della macchina governativa che profonde strumenti di protezione, rassicurazione, sedazione (idem); e per simili garanzie, molti di questi sostenitori, sono stati disposti a escludere dalla loro vita parenti, familiari, amici.

Ecco che il neoliberismo si manifesta in una fase radicale (Dardot e Laval, 2016). Il volto aperto e inclusivo del liberalismo attento alle minoranze e ai più deboli è stato ‘contagiato’ dal grugno del cinico guardiano disposto a usare le misure forti, senza indugi, con chiunque si opponga.

È questione di vita o di morte, gente!

È sempre questione di vita o di morte se al popolo va somministrata la cura da cavallo (…o di lacrime e sangue).

I modi da stato di polizia, del resto, possono convivere con le smancerie del mercato (cfr. Dardot e Laval, 2019), fintantoché un’opzione differente non sarà né desiderabile né immaginabile (Mignosi, ibidem); ciò si realizza tutte le volte che i vantaggi di un Impero (quello del Mercato) continuano a essere disponibili, anche se attorno, il mondo cade a pezzi. E a ben vedere, nel biennio pandemico, il volume degli acquisti nel circuito digitale globale è aumentato (Dal Co, 2021).

L’Impero gode ottima salute.

3. L’isterismo paranoide, l’angoscia di morte, il tossiconarcisismo, lo stato di polizia, l’economia di guerra, trovano un ottimo baricentro in un dispositivo estremamente efficace: il paradigma vittimario (De Luna, 2011; Accati, 2013; Giglioli, 2014).

Secondo Accati, esso si presenta quando la pietà per le vittime e per la debolezza dell’uomo sostituisce la giustizia (in Rebora, 2018); per Giglioli si sviluppa attraverso l’intreccio di atteggiamenti e congegni che costruiscono un edificio che appare inespugnabile: la cultura della memoria, dove è più importante ripetere, ma non comprendere; la soggettività limitata dal sentimento asfittico della pena, come se la vittima non avesse altro da dire che la sua sofferenza; l’immunizzazione da qualsiasi caratteristica che possa contaminare il candore di chi soffre; la trasmissione transgenerazionale del distintivo vittimario a legittimazione di leadership altrimenti opinabili; l’investimento d’autorità la cui parola è insindacabile; la concorrenza tra vittime per stabilirne il primato; l’esonero da revisioni etiche, produttive; l’impunità (ibidem).

Chiamare a testimonianza i morti già morti e quelli futuri, nella più nobile delle intenzioni, costringe ogni obiezione in un cono di praticabilità estremamente ristretto e sdrucciolevole; in tutti gli altri casi la disarma proditoriamente. Come si può parlare di ciò che non convince delle politiche sanitarie prima e, perché no, delle politiche economico-militari, se ci si fa scudo coi cadaveri e con chi soffre? Come si fa a dibattere di qualsiasi soluzione politica se è autoassolta dalla sua finalità umanitaria? Quando si tratta di salvare le vite dei bambini o quelle degli anziani, a menar dubbi si fa sempre la parte dello sciacallo.

A ben vedere le emergenze di questo triennio costituiscono un’occasione ghiotta per perpetuare un paradigma già presente da molti anni (Mignosi, ibidem). Volti e corpi di vittime sono pervasivi nella comunicazione mediatica, subita (mass media) o agita (social media).

Del resto, la cura che mettiamo nel rintracciare le offese alla nostra integrità/identità/sensibilità soggettiva, è espressione di questa escalation che guarda a ciascuno di noi quale vittima. E per ogni vittima, esiste un carnefice. Così come la prima, anche il secondo è potenzialmente ciascuno di noi.

Il Mercato è pieno di colpevoli: guilt marketing o guilt appeal vorrebbero educare a comportamenti, d’acquisto o meno, socialmente responsabili, proiettando però un orientamento vittimario/colpevolizzante.

La coppia carnefice-vittima non è più un’evenienza di cronaca o un’emergenza sociale, bensì una chiave di senso ordinaria, oggi adottabile a ogni piè sospinto.

Perché?

Senza inoltrarmi in una approfondita ricostruzione storica, è tuttavia opportuno rintracciare le scaturigini e il senso di questa transizione, soprattutto dal punto di vista psicologico.

La tradizione paternalistico/autoritaria presente in Italia fino agli anni ’70-’80 ha subito una sterzata nella direzione di un maternage sempre più istituzionalizzato, fin nel profondo delle nostre coscienze e del nostro modo di sentire. Le storie dei bambini di una volta, che guardavano gli adulti intenti alle loro attività, di bambini “sufficientemente trascurati”, lasciati liberi di osservare e costruire una propria rappresentazione del mondo e di sé nel mondo, oggi sono soppiantate da quelle di adulti (genitori, formatori, educatori, psicologi, religiosi, politici, ecc.) che guardano i bambini – veri e propri protagonisti della scena – con l’affanno di capirci qualcosa e sempre preoccupati di non arrecare loro alcun danno.

Ma in questo modo, cosa “vedono” queste creature senza arte ma con parte, che entrano in scena immediatamente da protagonisti? Vedono dei giganti onnipotenti completamente catturati da essi, ammaliati, preoccupati. Quale orizzonte si propone ai bambini che arrivano in questa scena e in questo modo? Un riflesso narcisisticamente incontrastato che suggerisce loro la presunzione di valore assoluto, in una sorta di stadio dello specchio lacaniano senza contraddittorio.

Nella cultura anglosassone, il fenomeno si sviluppa, ed è oggetto di studio, già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Con l’affrancamento dalla morale tradizionale, in favore della cultura di sé e del Sé, quale ideale autoreferenziale da coltivare e affermare contro i vincoli repressivi della cultura precedente, si apre la stagione narcisistica.

La rinuncia a una prospettiva comunitaria e l’adozione di una individualistica, il tramonto dell’orizzonte sociale che lascia spazio a quello psicologico (si pensi all’homo psychologicus di Lasch quale definizione del profilo narcisistico dell’individuo contemporaneo), il primato del“sentire” sul “credere”, dell’istanza impulsiva su quella istituzionale, dell’autodeterminazione sull’eterodeterminazione, dell’emotivismo sul razionalismo (Turner, 1976; Lasch, 1979; MacIntyre, 1981; Ehrenberg, 2010), costituiscono le dimensioni di questa rivoluzione paradigmatica che ha sospinto la visione morale fuori da categorie metapersonali, per ricondurla a quel che sono/sento, quale monade autarchica.

Lo sguardo improvvisamente rivolto sul figlio, se da una parte ne amplifica l’investimento narcisistico, dall’altra lo rende più fragile, tragicamente esposto al fallimento e non più alla semplice colpa, come accadeva all’uomo pre-psicologico (cfr. Ehrenberg, ibidem); se la colpa è riparabile in diversi modi, il fallimento, nato sotto la fulgida stella dell’illusione immaginaria, è catastrofico.

La dimensione intrapsichica di questo puer divinus in terra rimane sottile, debole; la maggior parte del suo repertorio si sviluppa all’esterno, a discapito delle sue capacità di autotutela e autocontenimento. All’introversione non può che preferire l’estroversione espulsiva e l’eterocontenimento del disagio.

In questo modo la sua emozione non si traduce mai in sentimento, ma in un’istanza di irriflessiva autoaffermazione. La cultura neoliberista si realizza già nelle primissime forme di (anti)accudimento e (anti)socializzazione. Il “posto” dei nostri ragazzi è oggi il fuori, non il dentro, è la protesta-rigurgito.

E gli apparati culturali post-istituzionali provvedono immediatamente, attraverso la configurazione di criteri pubblici di rassicurazione. Ma giustificare il disagio comunicato nel rigurgito narcisistico, significa sostenere il presupposto vittimario.


4. Le culture attente a non arrecare offesa per via discriminatoria (woke), che ricorrono a vecchie e nuove etichette e locuzioni[4], ampliando e articolando la schiera dei reprobi, rischiano di assolvere automaticamente l’accusatore (pronto a estroflettere la sua emergenza emotiva) e di legittimarne il giudizio, sebbene superficiale e inappropriato. In altri termini, possono incoraggiare una forma storicamente ben rodata per diffamare, screditare, ostracizzare.

È del tutto evidente che ciò a cui il razzismo, l’omolesbotransfobia, l’abilismo, la misoginia, ecc. fanno riferimento, esista, ma la proliferazione ossessiva di ciascuna di tali categorie[5] sembra corrispondere alla necessità di disciplinare le espressioni, appunto categorizzandole, non di opporsi a indebite discriminazioni[6].

Un’ingiusta discriminazione è del tutto evidente a chi ha intelligenza, umanità ed empatia sufficienti; trovare un nome specifico per ogni possibile caso, serve ad alfabetizzare chi non ha questa sensibilità, con l’effetto di non riuscirci, e di impedire a chi non ne ha bisogno di esprimersi. È come se correggessimo “Ulisse” di Joyce con la matita rossa e blu della maestra elementare.

Il risultato è doppiamente paradossale: da una parte la richiesta di sanzioni e interventi rieducativi rispetto al reo, in un clima di crescente pressione securitaria proveniente dall’area progressista, storicamente estranea a simili rivendicazioni; dall’altra, l’adozione esplicita di marker (Giglioli, ibidem) infamanti in reazione a offese presunte.

A chi obietta che le misure a protezione di categorie vulnerabili non possano essere ritenute di matrice securitaria, ricorderei che qualsiasi provvedimento delGoverno (o di un qualsiasi sistema di potere costituito) a favore di un soggetto categorizzato in senso vittimario, è sempre pericolosamente prossimo al securitarismo[7] (cfr. Waerer, 1995). Detto in altri termini, appellarsi al potere per liberarci da minacce presunte o reali, rischia di alimentare la forza del Leviatano di hobbesiana memoria[8].

Dovremmo sempre tenere a mente che è preferibile proteggersi dal più forte e non grazie ad esso. Il rifugio nella Legge può costituire, in presenza di una paura collettiva più o meno fomentata, un pericolo sul quale vigilare prioritariamente, giacché il legalitarismo a difesa dell’individuo è un’istanza estranea al principio sociale, e che predispone a insediamenti paranoici.

Eppure, la macchina neoliberista continua a imprimere la sua forza modellatrice sotto il profilo economico, giuridico, politico, sociale e, in particolare, psicologico. Parafrasando il motto trumpiano di America first, proporrei l’altrettanto protezionistico Emotion first. L’individualismo ha sfondato a sinistra, per così dire, assimilando la meritoria cura per le minoranze, per il disagio sociale e psicologico, l’attenzione alle varie forme di sofferenza dell’uomo, sistematicamente alimentate dai sistemi culturali, con i loro pregiudizi, costumi, pratiche, consuetudini e limitazioni. Ma l’assimilazione neoliberista ha un costo enorme: la trasformazione dei problemi sociali in questioni, appunto, individuali. Non si tratta più di intraprendere uno scontro/confronto politico per affermare la forza di chi è minoranza, ma di assecondare la libertà individuale di autodeterminarsi sulla base di ciò che offre il Mercato. Nel primo caso, la minoranza combatte; nel secondo, la vittima-consumatore protesta.

5. La dinamica carnefice-vittima assume così delle sfumature che rendono il quadro meno netto. Nella rappresentazione di Girard (1961), si configura in termini di desiderio mimetico[9] del carnefice rispetto a un bene o una proprietà di cui la vittima dispone. Il primo vuole qualcosa che ha l’altro.

È possibile descrivere questo complesso persecutorio-vittimario attraverso un triangolo: chi desidera (carnefice) – cosa si desidera (Oggetto) – concorrente (Capro espiatorio – Vittima).

Se è vero che la vittima girardiana è innocente[10], polarizzatrice suo malgrado di tensioni e violenze in seno alla comunità di riferimento – capro espiatorio appunto – il cui sacrificio si presume capace di ristabilire l’ordine e la pace nella comunità stessa, essa ha sempre una certa contiguità con la colpa, pur rimanendo sufficientemente innocua; ciò permette il suo sacrificio senza correre pericoli di rappresaglia (Girard, 1972).

Ha spesso qualche caratteristica o competenza che la rende esotica, vagamente inquietante (portatrice di un segno fisico particolare, straniera, appartenente a una minoranza, licenziosa, ecc.), che in buona sostanza le permette di conquistare specifici privilegi, che consistono, nelle varie mitologie, nel favore di un Capo o nell’accesso esclusivo a beni materiali (Girard, 2016).

È evidente che nella dinamica del capro espiatorio è fondamentale rintracciare il terzo, il vertice del triangolo, l’oggetto del desiderio posseduto dall’altro (il capro espiatorio stesso), che scatena la violenza di massa (idem).

L’Oggetto del desiderio è il luogo di un Potere.

Il Potere ce l’ha chi può determinare le scelte altrui. Può essere una donna contesa, un capo di Stato, un miliardario. Nella cultura contemporanea, tuttavia, tale polo sembra irraggiungibile, un telos asintotico; e più è asintotico più scatena la ferocia competitiva con tutto il suo corredo di violenza.

Il principio neoliberista è psicologicamente e compulsivamente immaginario, promette un riconoscimento assoluto di valore, in cui l’altro è concorrente da avversare senza requie (cfr. Mignosi, idem).

L’Oggetto del desiderio qui si configura nel potere di uno sguardo; uno sguardo idealizzante che permette al concorrente vincente di rispecchiarsi, finalmente eletto. Tale sguardo può arrivare dal riconoscimento dei social come da un Amministratore Delegato; da chiunque o qualsiasi cosa possa mostrare una preferenza, un encomio, una promessa.

Ma il privilegio che ne scaturisce non può che rivelarsi in tutta la sua ambiguità: il concorrente vincente finisce per non possedere nulla, ma essere posseduto dal potere.

Essere amato/apprezzato/riconosciuto/guardato esclusivamente o prevalentemente, espone a una passività regressiva[11].

Se dovessimo mettere in parole la rabbia del perdente frustrato, potrebbero essere le seguenti: “io faccio di tutto, mi sacrifico, rinuncio a tutto pur di avere ciò che mi spetta, mentre quell’altro, senza merito, senza fatica, sprezzante, riceve tutto per sé e indegnamente”.

Il costrutto del desiderio mimetico trova nell’attualità adeguata applicazione, con i dovuti accorgimenti.  Carnefice e capro espiatorio sono concorrenti – perdente l’uno, vincente l’altro – di una partita spietata governata dall’arbitrio di una cultura pervasiva del merito, della competizione, dell’autodeterminazione assoluta.

La rabbia del carnefice (la massa inferocita nella prospettiva di Girard) nei confronti del capro, scaturisce dalla percezione di una sua singolarità che si accompagna a un’insopportabile astuzia che permetterebbe al secondo di ricevere ciò che il primo avrebbe voluto per sé.

Vale la pena sottolineare che la dinamica attiene alla realtà, ma che tale realtà è la manifestazione di dispositivi artificiali della cultura in oggetto.

De Carolis (2017) ci ricorda come la catallassi[12] neoliberista non esprima alcuna intenzione genuinamente concorrenziale – la concorrenza vale per la plebaglia più o meno fortunata, il soggetto della biopolitica (Foucault, 2004) – ma serva ad accrescere la dynamis nei luoghi del Potere di cui sopra, in modo da ridurre le possibilità di scelta di capro e carnefice, a quelle che favoriscono chi quel potere già lo detiene.

6. Chi sono i capri espiatori del nostro tempo? Per rispettare i criteri acutamente indicati da Girard, come detto, devono promettere innocuità in termini di rappresaglia e avere una qualche contiguità con la colpa. Inoltre, in quanto vittime, devono essere minoranza, mai espressione di una maggioranza-massa, sia pure dolente e in crisi. La persecuzione contro il capro è invocata dalla comunità per la comunità.

Potremmo dire che il capro espiatorio del neoliberismo è, intanto, colui che ce l’ha fatta senza merito, ma con furbizia, quindi invidiato e odiato: direi la più comune delle circostanze nell’agone competitivo antisociale contemporaneo. Basta aprire un social, accendere la tv, gironzolare nel web, e rintracciare miriadi di siffatti prodigi: influencer prosperose, youtuber con una trovata vincente, politici con l’entratura giusta, giornaliste chiacchierate, colleghi o compagni di scuola ruffiani, favoriti o apparentemente tali.

Tuttavia, questo capro prosaico dei nostri tempi, per configurarsi effettivamente come tale, deve essere ‘assolutamente’ e non ‘abbastanza’ innocuo; deve, cioè, poter essere infangato e demolito psicologicamente o fisicamente, senza incorrere in eventuali ripercussioni.

Fra l’altro, la dinamica proposta non si esaurisce certamente in questa mediocre casistica dell’ordinario. In essa si può rintracciare l’impulso emozionale di fondo, che trova però espressione socialmente rilevante in fenomeni di portata e intensità più serie.

Senza girarci troppo attorno, eccone due esempi: “no vax” e “migranti”. Tralascio per il momento le contestabili etichette che ho intenzionalmente adottato per indicare due categorie difficili da profilare e che comunemente vengono utilizzate non già per chiarire, ma per mistificare.

Si pone, in questa prospettiva, la necessità di sviluppare un ragionamento sull’emergenza di una violenza che sposa tanto la massa tanto l’individuo, che non può che essere strutturale, necessitata da questa dinamica vittima-carnefice.

Mi riferisco a polarizzazioni di un’aggressività sociopatica che solo per questioni di punteggiatura interna all’ordine neoliberista, può essere percepita come attiva o reattiva. Censure, discrediti, abusi, coercizioni, emarginazioni, e ogni tipo di infamia e spietatezza costituiscono ormai un modus operandi scontato in quella che si percepisce come la parte più sensibile, democratica e civile del pianeta; e di ciò siamo attori tutti, in qualsiasi luogo del continuum politico-sociale ci collochiamo.

A questo proposito, le etichette riportate in nota 4, se usate come strumento in malafede, distruttivo, per far fuori qualcuno con la scusa di essere un apostata della civiltà, perdono la funzione argomentativa. Invece di giudicare, colpiscono per eliminare ed esiliare culturalmente.

Del resto, se bisogna difendersi dalla violenza di parole come negro, frocio, storpio, puttana[13] e tutti i loro derivati, la violenza pare inevitabile. Ma proprio a questo punto si insedia il principio neoliberista: invece di rimuovere sistematicamente il fondamento aggressivo e sprezzante dell’altro (giacché mio diretto concorrente), che scoraggi sinceramente l’uso di certe parole così offensive, organizzando una vita collettiva all’insegna della condivisione, della cooperazione, dell’autonomia, della solidarietà, del disinteresse, della libertà, ne ha strutturata un’altra, avida, vile, opportunistica, narcisistica, ipocrita.

In un simile sistema, al violento non si può reagire con coraggio, ma con scaltrezza, astuzia, provocazioni, disprezzo.

Il reciproco della violenza esplicita è una violenza implicita, che però non ha alcun potere di invertire le sorti del conflitto, perché non fiacca l’avversario, lo provoca, lo avvelena, aumentandone la virulenza; qui il paradigma vittimario è lancia e scudo di una strategia a mio avviso destinata a non resistere per molto alla rabbia della massa.

“Fazioni” reazionarie e progressiste riempiono l’arco politico-sociale (e parlamentare) “dentro la scena” per esse realizzata dalla mente-macchina neoliberista. Ma non lo sanno, forse.

7. Procedendo con ordine e rimanendo prossimi al modello girardiano, le fazioni di questa scena possono essere assimilate a un figlio prediletto e ad uno negletto[14], che “vestono l’abito” della vittima e del carnefice, del capro espiatorio e della massa inferocita. Entrambi, tuttavia, si pongono al cospetto di un padre irraggiungibile e indiscutibile, collocato nel luogo del potere neoliberista.

A partire da questa composizione è possibile descrivere tutta la violenza di cui sopra, che si gioca tra il polo progressista e quello reazionario. Il secondo è quello che esprime il vissuto del figlio negletto, del secondogenito maltrattato, disprezzato, che invidia il primo ed è geloso della sua intimità col Padre; il polo progressista da voce, appunto, al primogenito, insolentito e infastidito dall’altro.

Il figlio negletto ha destinazione fascistoide, quello prediletto, liberal; l’orizzonte del primo è oscurato dall’altro, che davanti a sé ha invece solo una sterminata terra di conquista pronta a rispecchiarne il primato.

I negletti del fronte fascistoide sentono di dover dare continuamente battaglia, pungolati da un sentimento di inferiorità permanente ed esposti al sospetto di essere stati sminuiti. È per costoro impossibile esistere se c’è pure l’altro, perché l’altro oscura la loro visibilità agli occhi del Padre. La figura d’autorità (Dio, Patria, Famiglia) ha qui a che fare proprio con il desiderio di esserne gli unici latori, ubriacati da un narcisismo passionale, osteggiato, alla conquista di ciò che meritano. I negletti sostano nella tensione all’accaparramento dello sguardo del Padre – da intendere in chiave di oggetto-sé – in uno slancio transferale idealizzante e, come conseguenza, speculare (Kohut, 1971).

Per il liberal prediletto la battaglia è una volgare offesa al proprio primato, avvinto com’è in un sentimento di superiorità permanente, proteso ad annullare qualsiasi fonte di turbamento riguardo all’egemonia economico-culturale che sente legittima. Il diritto all’autodeterminazione assoluta, ontologica, è per costui indiscutibile, ancorché impraticabile. È inevitabile che si senta sistematicamente intralciato, offeso, leso, appunto vittima. Come detto in precedenza rispetto ai figli del nostro tempo, chi ritiene di essere eletto è il destinatario di uno slancio idealizzante che si riflette poi all’esterno in un rispecchiamento narcisistico strutturale, a-conflittuale, a-passionale (cfr. idem). L’ala cosiddetta liberal, progressista, persa ogni ambizione di lotta sociale, esprime soltanto e pertanto una violenza antipopolare (cfr. Crosato, 2022; Canfora, 2022).

Difatti, i negletti accusano i prediletti di arrogarsi un’autorità morale, viceversa i secondi accusano i primi di analfabetismo funzionale. Tutto ciò da spazio a un circo del rancore e dell’annichilimento, in cui il fascistoide non tollera che ci sia qualcuno prima di lui e l’antipopolare che ci sia qualcuno a parte lui.

Fronte fascistoide e fronte antipopolare sono entrambi nel solco della deriva liberista, senza uno straccio di prospettiva comunitaria; rimangono miopi, ignorano le ragioni che hanno determinato lo scenario in cui manovrano e sono manovrati, continuando a odiarsi dalla stessa parte del tavolo (cfr. Mignosi, ibidem). L’uno spudoratamente offensivo, abituato all’impresentabilità, l’altro indignato, conformista, aristocraticamente borghese.

8. In relazione a queste ultime riflessioni, alle etichette woke (vedi nota 4) e a quelle imperdonabili (vedi nota 12), aggiungerei quelle proprie del neoliberismo, che possono essere adottate bi-partisan (sebbene abbiano comprensibilmente maggiore feeling con il fronte antipopolare): analfabeta funzionale, no vax, sovranista, complottista, negazionista, populista, putiniano, rossobruno, ne rappresentano un congruo campione, finendo per sterminare tre quarti della popolazione.

Ciò che di fatto accade nello scenario pubblico è che qualsiasi istanza critica finisca per essere screditata attraverso il ricorso a simili categorie. I difensori della democrazia, della legalità, dell’inclusività, sempre attenti a non calpestare le aiuole, a esportare “armi non letali” (sic), promuovere missioni di pace con gli eserciti[15], affiliati alla governance neoliberista, di fatto proteggono lo status quo, disinnescando ogni possibilità di obiettare.

Come detto, simili etichette tornano utili solo se ci si ferma alla superficie, quali termini di un qualunquismo sconfinato, per marchiare ed escludere, tutto però con le dovute maniere.

Tante persone sono state in qualche modo condizionate ed estromesse dalla vita sociale, sulla base di simili marchi d’infamia, negando ad esse qualsiasi scrupolo di significato, il rispetto per l’unicità della persona e della propria scelta.

Il potere dell’etichetta sta tutto nella sua evidenza, rispetto alla quale bisogna stare attenti a non inciampare. In questo si concretizza l’ipocrisia insopportabile di questa cultura: per essere ammessi non bisogna essere per bene, ma mostrare di esserlo.

E in questo senso, ogni persona dotata di tridimensionalità non può che essere esclusa o limitata.

L’ipocrisia, va riconosciuto, è indissolubilmente legata alle forme di governo ed è storicamente un dispositivo del potere (cfr. Mazzone, 2020), ma questo non giustifica l’inerzia che ci conduce a tollerarla e a promuoverla. Se continuiamo a discutere di un calcio giocato su un campo inclinato e con un pallone da rugby, ignorando questo presupposto, ne risulta un discorso assolutamente sterile,  come quello della politica contemporanea (Mignosi, ibidem).

Il livello di dissociazione tra dichiarazione ufficiale e politica reale è oggi talmente accentuato da risultare imbarazzante. Come accennato, è possibile compiere un azione di aggressione fisica esplicita, mentre la si dichiara di pace; è possibile obbligare qualcuno ad assumere un farmaco, attraverso le mentite spoglie di un consenso volontario e informato, senza cioè che lo Stato se ne attribuisca l’onere; è possibile costringere degli essere umani a rischiare la vita in mare e nel deserto, mentre ci si appronta per soccorrerli. Tanto gli attori di queste contraddizioni, tanto gli spettatori (i cittadini tutti e le vittime designate) appaiono completamente negligenti rispetto a tale evidenza, al punto da ritenere che sia in azione, da molti anni ormai, un potentissimo meccanismo di negazione.

9. Si dirà: “va bene, ma i no vax sono dei pericolosi ignoranti, spesso hanno pure un sacco di soldi, come ti permetti di paragonarli ai migranti che subiscono evidenti ingiustizie?”

Per rispondere a questa obiezione è opportuno tornare alla chiave interpretativa che ho proposto in queste pagine.

Prima ancora, tuttavia, ribadisco che metterla sul piano di una graduatoria delle sofferenze (e delle ingiustizie che le hanno generate) è uno dei capisaldi della delegittimazione per via vittimaria, che Chaumont (2010) definisce “concorrenza delle vittime” (in Giglioli, ibidem). È del tutto evidente che poche persone scambierebbero il proprio licenziamento con una traversata nel deserto e per mare di migliaia di chilometri, in condizioni disumane; non per questo motivo possiamo escludere che alcune cose accadano e siano accadute, e che possano essere connesse nell’ambito di una cornice storica, politica e culturale; mi sembra una riflessione ammissibile, che non giustifica alcuna indignazione.

Fatta questa premessa, in una complessa dinamica triangolare, in cui il sistema di potere dispiega un arsenale comunicativo, persuasivo, discorsivo, pervasivo, incontrastato, che accredita un soggetto del ruolo di eroe/vittima e addebita a un altro quello di antieroe/colpevole, la partita è fatta; va solo premuto il pulsante play: invidie e gelosie per l’uno, richieste di punizioni esemplari per l’altro.

Sebbene la violenza di massa assuma, nello scenario qui proposto, sembianze fascistoidi, è bene precisare che la violenza alberga, quale principio sopravvivenziale, in tutto lo spettro politico-culturale e che i fenomeni sociali possono favorire un’inversione che polarizza in senso esplicitamente persecutorio l’altra fazione, che può così dismettere le vesti della vittima, per assumere, con argomenti e modi differenti, come accennato, quelle del carnefice.

Del resto, l’ala fascistoide e quella antipopolare, escludono entrambe l’altro, rimangono intrinsecamente antisociali. Cambiano i linguaggi, i modi, i riferimenti, ma lo schema generale no.

Difatti, nonostante il disprezzo per il no vax sia trasversale, è possibile riconoscerlo soprattutto nella fazione antipopolare.

La polarizzazione della massa contro il capro, ha così un orientamento che procede secondo dettami tipici di questa fazione culturale: con ipocrisia e moralismo. Il no vax è quindi pericoloso perché ignorante e riottoso alle Verità scientifiche.

Ma quale sarebbe il privilegio di questo sciagurato nella sua veste di capro espiatorio? Dire di no al vaccino. Dire di no alla massa. Nient’altro. È questo ciò che lo rende straniero, strano, misterioso.

Benché la fazione antipopolare abbia una passione incontenibile per lo ‘straniero buono’, credo che sia opportuno farsene una ragione: i capri espiatori possono essere antipatici.

“Ma contagia gli altri scientemente! è un assassino!”

E qui scivoliamo pienamente nella Storia della colonna infame di manzoniana memoria, in cui due presunti untori nel corso della pestilenza milanese del ‘600, vengono accusati, “giustiziati” e infamati con una colonna eretta in spregio alla loro memoria, che nel corso del secolo successivo fu poi abbattuta.

“Ma cosa c’entra?! Oggi conosciamo scientificamente i modi e le cause del contagio. Allora no”. Al netto dei dubbi sulla validità e sicurezza dei vaccini, come detto, legittimamente oggetto d’indagine, le fantasiose e contraddittorie compulsioni protettive esposte al punto 1 (ce ne sarebbero molte altre), ci rassicurano ben poco sulla ragionevolezza medico-scientifica con cui la popolazione e le istituzioni hanno pensato la difesa dal contagio. L’efferatezza con la quale sono stati attaccati non solo i renitenti al vaccino, ma anche gli obiettori più moderati, intellettualmente e scientificamente non sprovveduti, non trova alcun fondamento razionale, bensì pregiudiziale e umorale.

Ma c’è un aspetto più inquietante che va messo in evidenza nel rispondere all’obiezione basata sul fondamento scientifico. La stragrande maggioranza della popolazione che ha accettato il vaccino (in prima, seconda e terza dose), che in buona sostanza dovrebbe averla protetta dai sintomi più severi, prese le adeguate precauzioni fisiche, quando già l’ondata più virulenta era trascorsa, e il ‎SARS-CoV-2 era mutato in senso benigno come previsto, cosa avrebbe dovuto temere? La sorveglianza e la ricerca attiva dei renitenti, a cosa è servita scientificamente? A mio avviso, a nulla; solo a perseguitare l’alieno.

Uno che va in giro, che si concede sprezzantemente adunate (sediziose?) e non si contagia, non muore, è un alieno. E se non lo è, rischia, con la sua sopravvivenza, di mettere in discussione la narrazione catastrofica.

Lo zelo persecutorio contro gli ignoranti, rozzi, negligenti, contro il volgo bue e superstizioso, che si affida agli scientismi dei ciarlatani, esprime una parzialità che è propria dei miti fondativi studiati da Girard.

Quante di queste accuse contro i cosiddetti no vax (anche se vaccinati), potrebbero essere affibbiate a taluni “pro vax” (altra categoria insulsa che tuttavia inserisco per comodità espositiva): livorosi, pronti a recidere qualsiasi legame amicale o familiare, sostenitori dell’estromissione dell’alieno dall’ombrello del Sistema Sanitario Nazionale, dal circuito produttivo e sociale, capaci di considerare la controparte come dei sorci da lasciare morire in cattività, da mandare in galera, che meritano di morire.

Ciascuna di queste sconcezze è circolata in tv e in rete, propalata non dalla parte meno presentabile dei giusti, ma da laureati, cittadini comuni, dalla famosa casalinga di Voghera. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni e, aggiungerei, di benintenzionati.

Quanti ignoranti e in malafede popolano le file dei giusti, in questo caso come in tanti altri.

Al capro espiatorio semplicemente non si concedono caratteristiche del resto comuni a tutti gli altri, perché le ragioni della sua persecuzione sono estranee a quelle millantate e risiedono in un pregiudizio passionale, alimentato, in questo caso, dal tam tam mediatico.

Sarebbe bastato, con ragionevolezza, che le istituzioni di governo scoraggiassero la fede nella scienza quale dispositivo narrativo e avocassero la responsabilità di scegliere per il bene della popolazione, riconoscendo la difficoltà di comprendere un fenomeno di questa portata, sostenendo qualsiasi misura farmacologica anche parzialmente efficace, comunicando la scelta vaccinale con quel contegno, grave, prudente, che ci si aspetterebbe da un’autorità che decide, rischiando, per tutta la comunità. No, il messaggio è stato sostanzialmente: “ecco il vaccino che ci salverà dal virus, che ci garantirà di circolare tra immuni, senza contagiarci”, per bocca dell’allora Primo Ministro.

Ecco come una pur grave questione di politica sanitaria del terzo millennio, amministrata in tal modo, assume i connotati di un pogrom, di una violenza ancestrale di migliaia di anni fa.

10. Difendere l’antipatico no vax, rischia di precipitarmi nel novero degli impresentabili, ma difendere il capro espiatorio, quando è un immigrato irregolare, non è un gioco da ragazzi come sembra, se si guarda all’intera faccenda attraverso la prospettiva qui proposta, quella in cui la vittima è tale poiché figura in una costruzione dinamica più o meno complessa, e non soltanto perché vittima fisica di una sciagura.

Detto questo, è abbastanza evidente che la polarizzazione di massa contro il capro-immigrato origini da una narrazione fascistoide, quindi scomoda da proporre se non in ambienti protetti e per voce di figure sufficientemente potenti. Al contempo, se la rabbia anti-immigrato non trova adeguato riscontro e dimensioni espressive alternative, rischia molto facilmente di esplodere in una violenza fisica drammaticamente evidente.

Il desiderio mimetico, in questo caso, se guardato in superficie, assume una configurazione assai banale. L’immigrato “arriva e ci ruba il lavoro”, “si becca pure 35 euro al giorno”, “sporca”, “bivacca” e soprattutto “è una minaccia fisica”. In buona sostanza l’immigrato sarebbe manodopera criminale e a basso costo che degrada etnicamente il nostro paese. La massa fascistoidizzata lo disprezza e/o lo guarda con timore e sospetto; del resto è straniero. Direi, in questo senso, che è il capro espiatorio per eccellenza. Ma non possiamo limitarci a questa analisi.

Se il linguaggio e l’improntitudine sono reazionari, la mente-macchina nell’ambito in cui questa componente si sviluppa è neoliberista. Anche qui la vittima è maltrattata, e sicuramente vive in condizioni economiche, sociali, affettive, spesso difficili anche solo da immaginare per un nativo della comunità ospitante; rischia, infine, di morire in mare o in campi di concentramento dall’altra parte del Mediterraneo. Se è possibile chiamare in causa la radicale marginalità della “nuda vita” (Agamben, 2021) – perennemente in bilico tra la dimensione biologica e quella sociale – per il contagiato, soprattutto “asintomatico”, immaginiamo quanto sia calzante per chi si trova esposto a simili pericoli.

Pochi mesi fa l’attuale Ministro degli Interni, ha evocato un dispositivo merceologico nell’amministrazione degli sbarchi avvenuti presso le nostre coste: quello del “carico residuale”. Non voglio qui ribadire lo sconcerto per questa disumanizzante locuzione – si riferiva a quegli esseri umani non rispondenti ai criteri di ammissibilità all’accoglienza – ma mettere in evidenza, come già altri hanno fatto, la naturale conseguenza di questo provvedimento: rimettere in mare i sani li espone al rischio di ammalarsi e avere comunque diritto alle cure, in un secondo momento; solo che a quel punto sarà un problema di qualcun altro.

Questa vicenda ci permette di accedere a un discorso più articolato sul capro-immigrante, che possa svincolarsi dalla contrapposizione tra “poveri cristi” e “minaccia etnico-sociale”.

Ciò che il Ministro ha di fatto affermato è che, per essere accettabili, questi qui, devono stare male. L’orientamento così smaccato dell’Istituzione orientata in senso fascistoide, rende visibile un principio molto più generale che, solo per maggiore propensione all’infingimento, sembra non riguardare la fazione antipopolare.

Ma in effetti, a destra come a sinistra, gli extracomunitari piacciono solo se tapini. Probabilmente, la paranoia (a destra) e la mitomania (a sinistra) hanno trovato una convergenza in questo principio, che finisce così per essere discretamente resistente. Una parte esplicitamente, l’altra capziosamente, finiscono per concedere ospitalità e (finta) cura solo a chi appaia dolente, malconcio, innocuo, attirando le proteste e la rabbia invidiosa, gelosa, rivendicativa dei ‘comuni mortali’ di casa nostra. Ed ecco riaffermarsi la dinamica vittimaria, che è tale perché alimentata; come detto, la sofferenza oggettiva e soggettiva di chi vive esperienze così dolorose non è in discussione; in discussione è la costruzione di uno scenario legislativo, amministrativo, giuridico, politico-sociale, mediatico, che porta in ostensione la “vittima” – non differentemente da come accade nel guilt appeal – con il carico di “ragioni” e “rassicurazioni” che sembra garantire bi-partisan.

Eppure l’equilibrio tra fazioni è sempre precario, per le voci che rappresentano. L’immigrato malconcio è (mal)tollerato da una parte, amato dall’altra. Basta poco perché l’una lo riconosca come quel concorrente vincente ed esotico della narrazione girardiana, che tanto piace all’intellighenzia, che i governi sembrano accogliere a braccia aperte, concedendogli ciò che la massa autoctona non riceve. Tale massa inferocita che addita il capro espiatorio, nel suo immaginario paranoico, non coglie una ovvietà – che autoctoni e stranieri sono entrambi poveri, sempre più poveri, messi gli uni contro gli altri – ma ne coglie un’altra: “questo qui sta male adesso, ma quando starà bene, sarà un problema per tutti noi”. Quel fascista ignorante del salumiere dell’estrema periferia di una qualsiasi città italiana, sa che chi sta male oggi, starà bene domani. È un odioso baluardo contro il paradigma vittimario. E se appare fascista è solo perché il protocollo neoliberista non prevede socialisti o sentimento di comunità non paternalistico.

A questo, al paternalismo, provvede la fazione antipopolare con operazioni politiche e comunicative certamente più sofisticate di quelle della controparte.

Partirei da una domanda da uomo della strada: possiamo far prendere un comodo aereo a queste persone, siano essi emigranti economici o rifugiati? Costa meno e arrivano sani e salvi (e sottolineo sani).

È notorio che il passaporto di un paese povero del mondo, equivalga a un bloccaporto. Arrivare in aereo in Europa da paesi come Etiopia, Nigeria, Somalia è un grosso problema, e l’ottenimento di un visto è subordinato a criteri economico-lavorativi improponibili per molti cittadini africani che, così, finiscono per fare i ‘viaggi della speranza’. Ma chi li stabilisce questi criteri di esclusione per i cittadini del cosiddetto Terzo Mondo? Le compagnie aeree non hanno alcun interesse ad applicarli: per esse, un passeggero che spende 1000 euro per un volo potrebbe anche arrivare dall’inferno. Sono costrette ad applicare norme stringentissime, imposte, nel nostro caso, dall’U.E.

Eccoci in uno dei cuori pulsanti della mente-macchina neoliberista – qui nella sua veste ordoliberale – che costituisce un Fronte Unico delle disuguaglianze, foriero di competizioni spietate anche a costo della vita; tuttavia, il congegno diabolico che è riuscito a edificare, permette alla regione ospitante di generare i presupposti di ingiustizia e disumanità ai quali provvede proponendosi quale buon samaritano (o riluttante, se di destra) che soccorre il bisognoso, la vittima.

Tutto questo per non parlare degli ostacoli fisici, a parte le strettoie economico-burocratiche; faccio riferimento agli accordi italiani ed europei con paesi ‘guardiani’ (Libia, Turchia), affinché blocchino i flussi attraverso il ricorso a mezzi che si traducono immediatamente in strutture di prigionia.

L’immaginario e la retorica del cadavere del bambino sulla spiaggia, della madre con il neonato stremati a Lampedusa, dei corpi affondati, rinchiusi da qualche parte in Libia, della calda mano del soccorritore che accarezza l’immigrato, costituiscono a mio parere la massima forma di Ipocrisia occidentale a impronta vittimaria. Personalmente la trovo insopportabile.

“Ma cosa possiamo fare? Anche con tutte le buone intenzioni, mica possiamo fare arrivare tutti quelli che vogliono in aereo. Verrebbero a milioni!” Non è un problema mio, mi verrebbe da dire, ma non lo dico. Certamente se la vita umana è sacra, da quando la nostra civiltà lo ha stabilito, dovrebbe essere prioritario evitare che le persone soffrano e muoiano; il fondamento dovrebbe essere la rimozione dei presupposti di questo genocidio rateizzato, non il soccorso. Tuttavia, faccio fatica a immaginare che i cittadini africani e asiatici possano decidere di non partire, se non cambiano radicalmente i presupposti culturali ed economici di questo impianto capitalistico globale.

Né è possibile accettare, a mio avviso, la narrazione “migratoria” secondo la quale la gente si è sempre spostata nel corso della storia e non c’è niente di male. Fino alle scuole medie è possibile sostenerlo. È un altro modo di accettare lo status quo ed è del tutto evidente che solo ai piani alti dell’ultraliberalismo si possa immaginare una prospettiva del genere, lasciando a chi sta in basso il compito di fare quel che si può.

È molto romantica l’immagine del “migrante” che si sposta come un uccello, liberamente, per andare e tornare, secondo competenze inattingibili. Ci sarebbe la storia. Ci sarebbe la cultura. Con tutto quello che comportano.

Emigrato e Immigrato “fanno brutto”. Meglio migrante; così non abbiamo l’onere di guardare la loro lacerazione e la loro assimilazione. Anche in questo caso è solo per proteggere la nostra borghesissima e infantile coscienza, che abbiamo smesso di usare certe parole.

A volte immagino la completa rimozione dei vincoli di cui sopra; migliaia e migliaia di persone che si riversano nei nostri aeroporti, nelle nostre metropolitane, nelle nostre città, non malconce, ma ben nutrite, pulite e vestite in modo strano, magari sguaiate, eccitate. Certamente ne rimarrei colpito e forse avrei bisogno di tempo per accettarlo; senza chiamare in causa razzismi di varia sorta, semplicemente perché i cambiamenti improvvisi colpiscono la nostra persona sempre, e avere reazioni emotive, sentimenti e pensieri più o meno conflittuali, non è roba che si possa comprimere in una categoria biasimevole.

Ma non accadrà. Non ci sarà nessuna ‘invasione’. Le ragioni fascistoidi e antipopolari, come il bastone e la carota, sapientemente governano le cose così come devono andare. Continueremo quindi ad assistere a icone di sofferenza e bontà. “Questi si beccano 35 euro al giorno”. “No no per carità, vi assicuriamo che stanno male!”.

Ironia a parte, se è difficile immaginare che i capri espiatori possano essere antipatici, considerando i no vax come tali, è altrettanto difficile immaginare che lo siano gli immigrati irregolari. La vicenda del presunto illecito di cui è accusata la compagna di Aboubakar Soumahoro, attivista, sindacalista e deputato che difende la causa dei braccianti extracomunitari maltrattati nei nostri campi, è esemplare. La disapprovazione che lo ha investito è caratterizzata da una “aggravante” emotiva di natura borghese. Così come a un no vax non è concesso di essere ignorante, a un immigrato non è concesso di commettere irregolarità amministrative o fiscali. Perché anche in questo caso egli è un pària, sostanzialmente un essere marginale, bersaglio di un pregiudizio ontologico.

11. In entrambi i casi, no vax e immigrati, vestono l’abito del capro espiatorio perché rappresentano una maledizione, capace di fare fuori fisicamente o culturalmente, come detto, i comodi cittadini di una delle regioni privilegiate del pianeta.

Ma la minaccia fisica, culturale, politica, sociale, economica all’integrità/stabilità del nostro mondo, può arrivare da tantissime fonti, e per ciascuna esiste un’etichetta – di destra, di sinistra, o di unità nazionale – che attiva un cortocircuito vittima-colpevole-vittima (gay, putiniani, comunisti, complottisti, terrapiattisti, ecc.). È compito della vittima designata sottrarsi a questo gioco, rinunciando a essere patetica e patita, alla lamentazione; mostrando di avere altro da dire e da essere, accettando di non piacere a tutti e, perché no, mostrando di avere una forza.

Proprio l’uso della forza costituisce oggi grande motivo d’interesse perché, se da un lato è stato ed è ancora negato, scoraggiato, per affermare il più maneggiabile paradigma vittimario, dall’altro – proprio in relazione ai fenomeni globali degli ultimissimi anni e alle loro conseguenze politico-securitarie – è sempre meno trascurabile, e affiora come una pulsione non adeguatamente arginata da strutture difensive.

L’azione governativa dell’UE (ma non solo) che muove da dichiarazioni di inclusione, apertura, moderazione, ascolto delle fragilità, fa il paio con l’adozione della vittima quale simulacro strumentale e incline a farsi strumentalizzare.

Ciononostante, il neoliberismo è ordito dalle fondamenta in chiave appropriativa ed egoistica, teleologicamente plutocratico e sprezzante di qualsiasi tentazione socialista; è quindi estremamente aggressivo. Ha sposato – in un matrimonio di convenienza – la cultura liberal dei diritti civili, che sta tuttavia contaminando con la sua vocazione alla violenza.

Il fenomeno fondativo del desiderio mimetico, architrave della ricomposizione pacificatrice e sanguinaria a un tempo, in seno alle comunità, non è più efficace come nelle antropologie tradizionali, né serve che lo sia. La massa persecutoria è sempre più frammentata, mentre la vittima pare meno innocente.

Ciò accade perché i fili del burattinaio si vedono; i cittadini disincantati saranno pure passivi, ma sanno bene di esserlo (come un tossicodipendente può essere consapevole della sua condizione, nonostante la sua impotenza).

La violenza della massa è la violenza del vertice del triangolo mimetico, organizzata in funzione del suo progetto.

Il disprezzo di fondo che comunica la cultura neoliberista tanto ai concorrenti vincenti, tanto ai perdenti, è camuffato proprio dall’aura virginale che attribuisce a taluni capri espiatori. Tuttavia, in una sorta di epifania antigirardiana, se i capri non sono più innocenti, perdono i privilegi del caso e lo sdegno nei loro confronti può liberarsi senza ritegno. È successo ai no vax; e succede a qualsiasi minoranza che non si presti al vittimismo.

Accade infatti a tutti quegli immigrati che non stanno al gioco; del resto, per farli stare al gioco, basta mantenerli in una posizione di sottomissione reiterata, di stenti, costringerli perennemente ad arrancare.

Come ho già sostenuto (ibidem), i padroni del vapore disinnescano qualsiasi posizione “attiva” della popolazione, attraverso ogni dispositivo possibile, soprattutto per mezzo di narrazioni e disciplinamenti tesi al suo rabbonimento.

“No alla violenza senza se e senza ma”; quante volte l’abbiamo sentito dire. Così come altre retoriche tese ad ammansire, con l’evidente finalità di mantenere lo status quo, di non far uscire le mucche dal recinto.

Anche le crisi del neoliberismo, a tal proposito, con il loro carico di teste che saltano, svendite, licenziamenti, cure da cavallo, indebitamenti cronici, prelievi forzosi, non rappresentano inciampi indesiderati cui provvedere, ma strutturali e funzionali forme di escalation, che ripropongono la necessità di stringere ulteriormente la vite della sua ideologia sui concorrenti pezzenti (cfr. Dardot e Laval, 2016).

L’atomismo competitivo, che promette e minaccia crediti immaginari infiniti, è un simulatore di violenza che ha sostituito la realtà, ma che realmente sacrifica le persone. Il circuito del consumo e della consunzione è attivo e logicamente svincolato da calmieri di sorta, ancorché si sviluppi nell’ambito di misure cosiddette di interesse pubblico.

12. Esiste una lunga tradizione filosofica e antropologica, prossima o corrispondente al poststrutturalismo, che approfondisce un’illusione: l’esistenza di qualcosa di originario, autosufficiente. Qualsiasi natura o principio delle cose, reca sempre un “supplemento” (Derrida, 1967; Girard, 2016; Butler, 1997), un eccedente che è tale solo in virtù di una esclusione dalle strutture ‘positive’. Qualsiasi discorso ha origine da una censura, ancor prima di incorrere in quella agita repressivamente dai sistemi di potere (Butler, ibidem).

Il circuito di affermazioni costituzionali e antagoniste, norma e opposizione alla norma, è inscindibile. Ogni discorso è organizzato sul suo supplementare, un altro che intende negare, rifiutare, ma da cui sviluppa il motivo e la traccia della propria affermazione.

Nelle intenzioni dei giusti, abita il principio dei colpevoli. Dietro la ragione abita l’eccesso. Ogni argomentazione antirazzista ne sottintende una razzista. Per esistere devo negare ciò che non sono (o credo di non essere).

Ma ogni operazione linguistica è, in questo senso, esito di una forclusione primordiale, per dirla con Lacan (in Butler, ibidem), non certo un Ordine autoconclusivo, che non prevede alternative.

Il ricorso alla propaganda sulla e della vittima, al contrario, sembrerebbe suggerirlo.

È nell’impianto neoliberista che le rappresentazioni monopolistiche e unipolari trovano oggi la loro massima espressione; ma soltanto se alla vittima si riconosce la sua dynamis e il suo discorso è possibile superarne la visione archetipica, metastorica, e permettere così che anche i suoi aguzzini abbiano qualcos’altro da dire.


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Note

[1] La pandemia da Covid-19 e la guerra russo-ucraina, tra tutti; ma faccio più in generale riferimento a tutti i fenomeni globali o estesi che attivano masse di cittadini.

[2] La contiguità temporale tra i due fenomeni non è certamente da sottovalutare. Le coincidenze esistono, come la Spagnola che funestò le trincee del ’14-’18. Ma così come le condizioni di precarietà (igienica, alimentare, ecc.) e assembramento alimentarono verosimilmente quella pandemia, non possiamo liquidare l’avvicendamento covid-guerra come banale accidente. Ritengo tuttavia opportuno lasciare a chi è più competente l’analisi di eventuali correlazioni fattuali.

[3] Necessità che anche l’EMA, per voce del responsabile alla strategia sui vaccini, ritiene dannosa rispetto alla risposta immunitaria.

[4] Fascista, razzista, maschilista, misogino, omofobico, transfobico, lesbofobico, queerfobico, abilista, TERF, ageista, ecc.

[5] Penso all’impiego di zelanti funzionari a cui affidare il compito di censurare dichiarazioni che possano essere anche vagamente connotate come discriminatorie.

[6] Una richiesta del tossiconarcisista è quella di cassare ogni eccezione al discorso vittimario/discriminatorio, ogni discriminazione/differenziazione, anche legittima e congruente. Esistere, in questa cultura, equivale a pretendere.

[7] Il legalitarismo securitario in Italia è indissolubilmente connesso alle stagioni delle violenze terroristiche di stampo mafioso e politico-deviazionistico. È ragionevole, a mio parere, correlare a tali accadimenti la disponibilità dei cittadini a escludere, censurare, abusare di forza e potere.

[8] Il Leviatano di oggi può non essere lo Stato (si pensi all’UE, alla Troika, ai Mercati, ecc.).

[9] Il desiderio di ciò che l’altro possiede è mimetico nel senso che intende essere come l’altro, con il vantaggio di status di cui lo stesso, quale modello, sarebbe portatore.

[10] Innocenza che diverrebbe esplicita nel martirio e nella religione cristiani (Girard, 1999).

[11] Come accade ai figli (anti)socializzati in senso narcisistico del nostro tempo, e di cui si è detto al punto 3.

[12] Con il termine “catallassi” von Hayek si riferiva all’ordine sociale e comunitario raggiunto e perseguito attraverso il libero scambio di mercato, senza alcuna interferenza dello Stato.

[13] Ho intenzionalmente evitato qualsiasi allusione mediata da asterischi. Guardare certi lemmi nella loro integrità, mi sembra coerente con l’analisi che sto qui conducendo. Innanzitutto qualsiasi pratica di studio e approfondimento transcontestuale dovrebbe essere svincolata da remore moralistiche o emotivistiche. Ma pur immaginando di lavorare come un medico di mille anni fa, ponendo il corpo del paziente dietro un velo pietoso, egli dovrà pur toccarlo. Fuor di metafora, la forma fr***o, non potrà mai evocare la parola ‘fresco’, proprio per la presenza degli asterischi; né può essere equivocata: deve necessariamente e univocamente evocare quella parola “che non si può dire”; è in buona sostanza un modo di strizzare l’occhio, fare riferimento a “tu sai chi” di potteriana memoria. Piuttosto, è fondamentale affermare che è il contesto nel quale si presenta l’etichetta che può dirci qualcosa sulle motivazioni che la attivano. L’uso degli asterischi non può rappresentare in nessun modo un’attestazione di buone intenzioni. Anzi, proprio la reticenza permette di evocare l’indicibile senza assunzione di responsabilità, rimanendo al riparo. È in qualche modo un amplificatore di oscenità. A meno di non immaginare l’azione di qualche sortilegio che ne sconsigli vivamente l’impiego, come nel caso di “Lord Voldemort”, l’uso di asterischi allusivi, alimenta la proliferazione intrapsichica e potenzialmente inconscia del contenuto rimosso. Immaginiamo una lezione di educazione sessuale per le scuole medie e immaginiamo che l’insegnante si arrampichi trafelato su perifrasi improbabili: alimenterebbe soltanto la curiosità pruriginosa piuttosto che conoscitiva; se, invece, di fronte a una lezione esplicita, i ragazzi iniziassero a sghignazzare, non avrebbe certamente nessuna colpa. Si dirà che gli organi riproduttivi non sono una contumelia. Sì, ma sia gli uni che l’altra, sono inestricabilmente espressione di dispositivi culturali e a questi io faccio riferimento; questi cerco di studiare. I genitali, non sono neutri pezzi di carne. Del resto, non conosco pezzi di carne che siano “neutri”. Qualsiasi cosa venga prodotta e riprodotta nel circuito antropologico non è più “puro” e naturale.

[14] Sarebbe meglio dire una massa di figli negletti e uno solo prediletto. Del resto, vale la pena ribadirlo, non si sta descrivendo un fatto, ma una rappresentazione che alberga negli attori di una scena.

[15] In Centocinquanta stelle, De Gregori canta: “E tirano certe bombe/Che sembrano dei giocattoli/Che ammazzano le persone/E risparmiano gli scoiattoli”. Non potrei esprimere meglio il concetto.

Politiche professionaliAttualità

Neoliberismo e sviluppo psicologico sostenibile: la psicologia è ancora capace di pensare l’umano?

La nostra collega Roberta Campo, attraverso sguardo acuto e rigoroso ragionamento, ci mostra alcuni tra i travisamenti più insidiosi del nostro tempo, con i gustosi strumenti della sua scrittura.

Nel suo discorso opera un prezioso disvelamento di significati e intenzionalità sottese ai dispositivi sanitari e culturali messi in atto da sempre più organismi istituzionali, e riesce a demistificarli, identificandoli per ciò che sono, e cioè dispositivi di attribuzione di significato, cornici di senso verso cui l’umanità sta dirigendosi.

Il prezzo sembra essere una normatività etico-morale di odore totalitario, e la perdita da parte dell’individuo della capacità di essere Soggetto, dunque legittimo titolare della propria vita, dello sviluppo di sé e del proprio ambiente. Ma anche lo smarrimento di una dimensione d’Anima, entro cui intimo sentire e culture locali orientino al senso della vita, ed entro le istanze più pregnanti dell’esistenza umana.


La nostra madre-terra (…) soffre e non sopporta più gli effetti devastanti del neoliberismo
Jo-Bonet

Premessa

L’ipermodernità (Kaës, 2013), e con essa il capitalismo liberale, ha prodotto un’accelerazione tale, tanto nei costumi quanto nei modi di sentire, da esporre l’essere umano a una fatica per certi versi inedita del vivere. Diversi Autori, a partire da prospettive anche molto differenti tra loro, hanno provato a comprenderne non solo la portata, ma anche la posta in gioco (Kaës, 2013; Sennett, 2002; Le Breton, 2016; Fina, Mariotti, 2019; Mignosi, 2020).

Parole nuove si affacciano per interpretare il reale, entrate a far parte del lessico professionale di tutte quelle figure che si occupano dell’umano.

L’obiettivo di questo articolo è di aprire una riflessione di senso sulle premesse culturali che sostengono tanto le teorie quanto la nostra pratica professionale. Ritengo conditio sine qua non ripensare gli assunti impliciti dei nostri paradigmi di riferimento, in quanto essi sostanziano i nostri stessi ragionamenti clinici.

L’utilità di interrogare gli impliciti liberisti (Schiera, 2022) ci può forse evitare possibili collusioni culturali che rischiano di reificare, nei nostri setting, esattamente quelle istanze culturali che sono alla base della sofferenza e dell’angoscia dell’uomo contemporaneo.

Un “fare” avulso da una riflessione sulle premesse culturali che orientano la conoscenza rischia di far fuori la domanda e il dubbio. Anzi, più volte in questi anni abbiamo visto la domanda godere di una brutta fama, accusata di favorire lo sviluppo di teorie complottiste; il dubbio, dal canto suo, è stato velocemente licenziato dal dibattito in quanto espressione di una radicale mancanza di fiducia (nell’autorità, nella scienza).

Eppure, fino a pochi anni fa, il dubbio e le domande non erano così avversati.

Durante gli anni della mia formazione universitaria e post-universitaria mi è stato insegnato ad aspettare, al massimo a fare domande: le domande, si diceva, sono più importanti delle risposte, perché “costringono” a mettersi e far mettere in una posizione diversa rispetto a quella consueta. Nel 1969 Blanchot scriveva:

“la réponse est le malheur de la question”.

Intervenire troppo, così come interpretare troppo, può essere dannoso: il rischio è di sostituirsi al paziente nel suo tentativo di trovare le soluzioni per e da sé.
Al contrario, oggi siamo sempre più al cospetto di un Sapere che riesce perfino a prevedere ciò che ci aspetta nel futuro, e gli obiettivi che devono essere perseguiti[1].

Nella cultura contemporanea, Sala (2019) segnala un’eccedenza, un troppo, rispetto a un fare che non permette, in primis al clinico, di lasciare che il tempo possa offrire i chiarimenti utili per la valutazione di una determinata situazione.
I professionisti della Salute, invece, sembrano ossessionati dall’idea di intervenire in qualsiasi campo della vita umana, nella convinzione che più si interviene, più si previene.
Prevenire è ciò che giustifica, in tutti i campi della scienza e della tecnica, il moltiplicarsi degli ambiti di applicazione dell’intervento specialistico. Questo interventismo trova fondamento nell’attuale “Modello Salute”[2].

Essere in salute è diventato un dovere al quale non ci si può sottrarre.

Ricordo ancora chiaramente una frase che mi è stata detta da una collega all’indomani dell’obbligo vaccinale: “tu, noi, siamo dei sanitari e in quanto professionisti abbiamo il dovere di stare bene. Soprattutto, non ti puoi permettere di stare male!”.
Questa frase mi è rimbombata in testa per molti mesi: da lì probabilmente ho iniziato a sentire l’esigenza di approfondire certe tematiche. Questa frase, apparentemente banale, mi restituiva l’immagine di una persona che, appunto, ha il dovere di restare in salute.

Ma che significa che ho il dovere di restare in salute? Non mi posso ammalare? Perché tutto questo mi suonava come un imperativo al quale non potevo sottrarmi?

Se la salute diventa un “obbligo”, diventa anche prioritario stabilire il confine tra il normale e il patologico. Anzi, come professionisti siamo costantemente presi nel tentativo di tracciare una linea tra il sano e il non sano, tra il funzionale e il patologico.

Stiamo forse rispondendo a un richiamo verso una normativizzazione (diremmo anche patologizzazione) della vita? Quanto, dentro questo “fare”, rischiamo di rimanere prigionieri di un sistema fondato sulla protezione e sulle tecnologie della sicurezza[3]?

L’uomo, dentro questo sistema, rischia di essere sottoposto a un regime di sorveglianza sanitaria?

La cultura contemporanea ha assegnato alla medicina il compito di seguire l’essere umano durante tutto l’arco della vita – dalla nascita alla morte – accompagnandolo e sostenendolo nei momenti topici delle crisi evolutive. La speranza è che l’intervento specialistico possa, da sé, aiutare l’essere umano a far fronte a quel senso di smarrimento davanti ai misteri della vita[4].

La necessità di intervenire per qualsiasi cosa ci parla di un mondo idealmente più sicuro, ma anche più distante dalla possibilità di trovare parole che parlino all’animo umano di sofferenza, fatica, morte e malattia. Nonostante abbia affinato le tecniche per migliorare le aspettative di vita individuali, la scienza non è riuscita, e forse non riuscirà mai, a risolvere e comprendere il mistero della vita e della morte (Sala, ibidem).

L’essere umano ha davvero bisogno di più scienza? Ha davvero bisogno di più cure? 

La contemporaneità sollecita costantemente un senso di disorientamento, e il tentativo di andare alla ricerca di istruzioni per l’uso è molto alto. A questo si aggiunge una prassi fondata su protocolli e procedure standardizzate.

La presenza massiccia del professionista nella vita delle persone serve così a scongiurare in via preventiva il dolore, la sofferenza o comunque un inutile aggravamento dello stato di salute fisico e psichico.

Nel corso dell’articolo avremo modo di vedere come alcune novità normative e disciplinanti la professione, accolte come meri accadimenti burocratici, possono rappresentare la porta dalla quale certi assunti liberisti stanno entrando, senza neppure troppo pudore, all’interno della nostra pratica professionale.
Il fatto che il Ministero della Sanità sia oggi Ministero della Salute non è solo un passaggio burocratico e amministrativo: simbolicamente, in termini di appartenenza culturale, è niente affatto irrilevante.

È lo stesso Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, infatti, a indicarci il senso di questo passaggio, quando riconosce che la Psicologia si è assegnata il compito costituzionale di difesa e tutela della Salute psichica[5].

1. Critica allo sviluppo sostenibile

Queste premesse ci portano direttamente a una tematica che ci riguarda profondamente: quella dello sviluppo sostenibile

Per rispondere in modo completo ai cambiamenti climatici e ai problemi di sostenibilità attuale, secondo le direttive prescrittive della “Agenda 2030”[6], sono state scomodate anche le scienze psicologiche che, forse per la prima volta, parlano di “sostenibilità psicologica”.

Ma cosa c’entra la psicologia con la sostenibilità?

In virtù del fatto che il concetto di sostenibilità è entrato a pieno titolo nel gergo professionale di uno psicologo, ho deciso di iniziare ad approfondire la questione. Dal mio punto di vista, è importante addentrarci dentro le pieghe del concetto di sostenibilità perché a questa si associa un certo ideale e modello di Uomo.

Sviluppo sostenibile, consumo sostenibile, società sostenibile, agricoltura sostenibile, mobilità sostenibile, turismo sostenibile, salute psicologica sostenibile: in qualsiasi campo dell’esistenza, la parola d’ordine sembra essere la sostenibilità di qualcosa.
Il progresso e lo sviluppo sostenibile oggi fanno parte dell’agenda di quasi tutti gli organismi di governo nazionali e sovranazionali.

Per sviluppo sostenibile si intende la possibilità di “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni” (ONU, Agenda 2030).

L’Italia stessa, recentemente, ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione, nella direzione dello sviluppo sostenibile[7].
Il cambiamento climatico, dentro la logica dell’emergenza climatica, è diventato una questione di interesse generale: il clima è un bene comune e deve essere salvaguardato prima che sia troppo tardi. Il bene comune è qui inteso come il minimo comun denominatore di tutti i “beni comuni”.

L’obiettivo, in questa sede, è quello di addentrarci in una riflessione che ci aiuti a capire in che modo la sostenibilità riguardi la vita delle persone, e in che modo contribuisca a declinare la sofferenza contemporanea.

Procediamo per passi.

Gli accadimenti degli ultimi anni hanno evidenziato un potenziale collasso del modello del capitalismo liberale, sempre più violento e distruttivo.
Già verso la fine del secolo scorso sembrava abbastanza chiaro come il sistema liberale/capitalista stesse cedendo; le conseguenze di questo collasso sulla politica, sull’economia, sulla salute delle persone e sull’ambiente diventavano sempre più visibili.

Così, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, si è andata affermando una narrativa che ha visto l’essere umano e la sua stessa esistenza come la causa dei problemi attuali, dell’instabilità economica, del buco nell’ozono, dei disastri ambientali, delle crisi alimentari e naturali, della violenza sociale: causa, insomma, dell’insostenibilità sociale, ambientale e produttiva del pianeta.

L’essere umano mangia troppo, si riproduce troppo, usa troppa plastica, si diverte troppo.
Il problema non è mai la filiera industriale che si nutre dei desideri umani, ma sono i desideri dell’uomo che, essendo indisciplinati, devono essere regolamentati e sostenibili.
Gli influencer, così come i divi della tv, indicano la strada, non solo del desiderabile, ma anche le declinazioni del desiderabile e del sostenibile (un tempo si chiamavano pubblicità progresso).

Per Moore (2017), ad esempio, il problema non è che la gente mangia troppo, ma che il globalismo del capitale liberale porta con sé delle relazioni di potere che necessitano, per essere sostenibili, di un “sano” comportamento alimentare.

Certo che bisogna desiderare, ma con responsabilità!
L’etica entra dentro gli acquisti e ne disciplina il desiderio; lo stile di vita di una persona è direttamente proporzionale al livello di sviluppo morale acquisito dalla stessa. In un siffatto panorama, il desiderio rischia di essere sempre più amministrato dal diritto, come vedremo in seguito.

A cavallo tra il 2007 e il 2009, il periodo di una delle più grandi crisi economiche del dopoguerra, si è affermata definitivamente l’idea che gli esseri umani avevano vissuto al di sopra delle loro aspettative e ci si doveva dare tutti (?) una regolata.
In altre parole: l’uomo aveva scialacquato oltre misura le risorse disponibili.

La conseguenza di questa retorica è stata la colpevolizzazione del comportamento della persona comune, e la sua responsabilità sulle crisi politico-economiche, sociali e ambientali. L’uomo, infatti, è solo un granello difettoso di un sistema più ampio potenzialmente perfetto.

Se questo è di fatto il migliore dei mondi possibili (Campo, 2007), come sostiene la narrativa ufficiale, allora tutti gli sforzi devono convergere verso la sostenibilità che permette il progresso e lo sviluppo (altra narrativa ufficiale) per un periodo indefinito.

L’essere umano “irresponsabile” per natura va tempestivamente educato al rispetto delle regole poste a garanzia del Bene Collettivo.
Detto in maniera più semplice, l’essere umano dovrebbe imparare a usare in maniera razionale le proprie risorse, dovrebbe controllarsi e autogestirsi rispetto alle proprie istanze consumistiche, e dovrebbe imparare ad avere cura dell’ambiente, magari iscrivendosi ai movimenti plastic free.
La raccolta differenziata dei rifiuti, la riduzione della loro quantità, il controllo delle emissioni di CO2, l’uso razionale delle risorse, il cambiamento degli stili di vita e delle abitudini alimentari, il rispetto delle norme, sono tutti assi importanti del modello sostenibile.
Chiaramente, la partecipazione responsabile di tutti è indispensabile, pena il fallimento del progetto.

L’umanità omogenea, unitaria, consapevole della propria irresponsabilità congenita è quindi il presupposto di base dello sviluppo sostenibile.

Ma perché formare il cittadino “ideale”?

Disciplinare l’uomo per permettere lo sviluppo del sistema è sembrata la buona soluzione per evitare il collasso del sistema. Dal mio punto di vista, il disciplinamento dell’uomo permetterebbe al Capitale nuove forme di circolazione a basso costo e a basso impatto ambientale.

Il concetto di sostenibilità si è diffuso capillarmente a partire dagli anni ’80 in relazione all’inevitabile transizione ecologica, e da quel momento in poi si è andato applicando a tutti i campi dell’esistente. 

Il fatto che la sostenibilità sia poi associata a parole come etica, responsabilità, ecologia, maturità, salute (fisica e mentale) permette non solo la facile comprensione della proposta, ma anche di  accettarne l’ineluttabilità.

Diversi Autori (ad esempio, Illich, 1977 e Latouche, 2005) hanno messo in discussione il concetto stesso di sostenibilità e il suo statuto epistemologico.

Secondo Latouche (2005), il modello di sviluppo sostenibile può essere paragonato a un’odierna mitologia che, come tale, svolge una funzione euristica e interpretativa sulle cose del mondo. Tale mitologia sostiene una visione esclusivamente consumistica, utilitaristica ed economicamente orientata; la prospettiva sostenibile, infatti, nasconde di fatto la sua profonda matrice economica, anche quando si veste di parole ecologiste o pacifiste. Per l’Autore sono proprio questi assunti che dovremmo provare meglio a questionare.

Il “mito dello sviluppo” prima, e dello “sviluppo sostenibile” dopo, è quindi al servizio dei processi capitalistici, della globalizzazione (oggi anche globalismo), del progresso scientifico e tecnologico. Il singolo da solo viene inchiodato alle proprie responsabilità e reso colpevole del fallimento dell’intero sistema.

Più recentemente Moore (ibidem) ha messo in discussione l’intero paradigma di sostenibilità in quanto, a suo dire, esso serve a perpetuare, teoricamente all’infinito, il sistema capitalistico.

Il Capitalismo, dice, si caratterizza per la sua capacità camaleontica di appropriarsi delle risorse naturali e mercificarle (si pensi a tutto il progresso nel campo delle biotecnologie): e ciò vale tanto per gli elementi naturali (chiamati appunto “prodotti”) quanto per la “natura umana”[8].

Moore (ibidem) così ritiene più adeguato parlare di Capitalocene, piuttosto che di Antropocene[9] per descrivere l’attuale era geologica.

Tutta la narrativa sullo sviluppo sostenibile è, infatti, fondata sull’idea che sia la semplice azione umana a danneggiare l’approvvigionamento o il benessere all’interno delle città (“troppe macchine al servizio della pigrizia delle persone”). Secondo l’Autore questa è una lettura fin troppo semplicistica.

Al contrario, sarebbe più utile ragionare dentro ottiche complesse, capaci di includere i rapporti di potere che sostanziano il globalismo capitalistico e liberale. Questi rapporti di potere riorganizzano e modificano non solo “la natura” ma anche il nostro rapporto con essa.

La tecnologia e la scienza sono prima di tutto strumenti essenziali di quel capitalismo che ha bisogno di depredare, sfruttare e appropriarsi della natura per poi rivenderla all’uomo[10]. Questa azione di appropriazione riorganizza la natura (in campi a coltivazione unica, o destinati al fotovoltaico, o in miniere per estrarre il carbone): quando parliamo di natura, quindi, abbiamo sempre in mente la natura “riorganizzata” dall’intenzione del capitale.

Sono queste logiche che dovrebbero essere questionate.

L’ecologismo green, così di moda di questi tempi, studia la globalizzazione, l’industrializzazione, il comportamento agrario ma non ha mai analizzato come la globalizzazione, l’industrializzazione e il comportamento agrario riorganizzano la natura attraverso pratiche di sfruttamento e di predazione (il capitalismo, dice Moore, è sempre alla ricerca della natura a buon mercato)[11].

Secondo Moore (ibidem), la visione di un mondo standardizzabile, oggettivabile, astorico serve alla codificazione di un immaginario comune organizzato attorno all’idea di sviluppo. La scienza e la tecnica definiscono gli standard, competenze, protocolli, parametri, algoritmi, calcoli ai quali bisogna attenersi per sviluppare il sistema (cibo finto, biotecnologie volte al contenimento della popolazione, eugenetica applicata alla filiera agricola, zoologica, addirittura umana).

Attraverso la tecnica, la matematica e la statistica, la complessità del reale collassa in una versione semplificata del mondo, solo idealmente prevedibile e apparentemente gestibile, controllabile e sostenibile.

È prioritario, secondo tutti gli Autori citati, rileggere il concetto di sostenibilità all’interno di queste relazioni di potere e avviare una riflessione su come l’agency economica e politica dipinga e costruisca un immaginario che vuole nascondere la propria intenzione (Moore, 2017).

Della stessa opinione è Naomi Klein (2008) che, parlando di capitalismo dei disastri, ritiene lo stato di emergenza un metodo di governo per legittimare le politiche della sicurezza. Certe politiche sarebbero altrimenti inaccettabili, in quanto aumentano le disuguaglianze tra le persone[12].
L’emergenza rende la disuguaglianza un semplice e inevitabile danno collaterale.
Sembra così che nella proposta emergenziale si chieda ad alcuni di sostenere il sistema a beneficio di altri.

Parlare di emergenza climatica permette di legittimare una transizione green inserendola all’interno di un registro logico che rimanda all’ineluttabilità: nessuno dotato di intelligenza, di responsabilità e solidarietà potrebbe mettere in dubbio questo assunto così Vero!?

Ma a quale natura stiamo pensando quando parliamo di emergenza climatica? E quale tipologia di uomo abita, in questo tempo, questa natura?

L’ambiente, si dice, va tutelato in tutti i modi e con tutti gli sforzi possibili. Si delinea, a mio avviso, una particolare forma di “ecologia della mente”[13]: è l’ambiente umano, modificato dal capitalismo e dall’organizzazione sociale a esso funzionale, a dover essere salvaguardato.

Molto diverso, ad esempio, sarebbe un approccio capace di valorizzare un rapporto archetipico con la natura. Un rapporto che potrebbe restituire un’idea diversa di cura ambientale.

Lo sviluppo è, più propriamente, sviluppo dei processi del capitale, della globalizzazione, del progresso scientifico e tecnologico. L’ecosostenibilità a cui si fa riferimento ha come obiettivo lo sviluppo di nuove risorse da sfruttare, e il contemporaneo contenimento dell’impatto che l’intero sistema produttivo ha sull’ambiente, sulla gestione delle città, sull’organizzazione del lavoro. Le soluzioni proposte, infatti, di ecologico hanno ben poco.

Del resto, a cosa ci serve il 5G o l’ultimo modello dell’IPhone? I critici del 5G, ridicolizzati dentro la retorica no-vax, ponevano delle domande non da poco rispetto all’impatto ambientale di questa nuova tecnologia.

Potremmo continuare con gli esempi ma la questione rimane: lo sviluppo è sostenibile se i comportamenti virtuosi e responsabili delle persone consentono di sostenere un progresso economico, scientifico e tecnologico sempre più tech e sempre più performante.

Sostenibilità ed emergenza poi, come ci ricorda Naomi Klein (2008), sono due facce della stessa medaglia.

Cosa fare allora?

In molti iniziano a proporre soluzioni locali e di prossimità.

Le soluzioni non possono essere ricercate dal sistema globalizzato, all’interno di Commissioni, Summit, Forum, ma dovrebbero essere partecipate dal basso, sviluppate da coloro che vivono, sentono e pensano un determinato problema.

Così diverrebbe possibile pensare pratiche che valorizzano la differenza prima ancora dell’universalità; pratiche rivolte a un pensiero locale, soluzioni pensate dall’uomo e a misura dell’uomo, in grado di restituire alle persone e alle comunità la capacità di risolvere i problemi che le riguardano.

Qui stiamo parlando non solo di problemi materiali, ma in primo luogo umani.

Secondo Bollas (2018), ad esempio, il riconoscimento che la scienza possiede nell’epoca attuale è collegato alla sua capacità di sostenere l’illusione di potere “controllare” tutto.
L’illusione permetterebbe di contenere, per quanto provvisoriamente, il senso di impotenza e l’angoscia di chi si sente di vivere sull’orlo di una catastrofe (personale, sociale, collettiva, mondiale).

Di Fasano (2011) ipotizza che alcune teorie scientifiche si possano addirittura prestare per essere usate come derive del “pensiero magico”, cioè come forme di pensiero che cercano di dare onnipotentemente una soluzione ai problemi che affliggono l’essere umano.

Il sapere tradizionale, vernacolare, è molto diverso da quello scientifico, e da sempre ha svolto un ruolo importante nell’elaborazione delle soluzioni locali (materiali ed esistenziali). Esso custodisce con cura una sapienza sulla vita e sulla morte, sui problemi che affliggono l’uomo, sulla natura, sull’invisibile ed è capace di offrire un immaginario collettivo di senso molto potente. Quel sapere oggi è stato smantellato e, come vedremo, ridotto a folklore.

La tecnica, la scienza, la medicina sembrerebbero andare a occupare proprio quel posto rimasto vacante. Offrendosi come universale, la scienza/tecnica riconosce poco valore al locale.
Il modello di sviluppo globale, economico, equo ed ecologico intende proporsi ugualmente valido per tutti, in tutte le parti del pianeta e a prescindere dalle tradizioni autoctone.

Esso valorizza sì le tradizioni, ma dentro un’ambivalenza di fondo: queste da un lato sono ricercate per la loro valenza folkloristica, mentre dall’altro, proprio in quanto folklore, vengono depotenziate nella loro valenza antropologica.
Secondo il sistema di valori globalista, il folklore non ha nulla da insegnarci anzi, se preso sul serio, rischia di favorire lo sviluppo di modelli culturali retrogradi, irrazionali e “magici”.

Il modello globale purtroppo tende a far fuori i localismi e quelle culture tradizionali che molto probabilmente avrebbero molto da insegnarci; ma soprattutto tende a far fuori quelle risorse particolari e personali che non sono previste dal modello omologato e omologante. Sarebbe auspicabile, a mio avviso, restituire alle comunità locali la capacità di affrontare e decidere il proprio destino, come da sempre è accaduto nella storia dell’umano.

Non voglio certo affermare che l’inquinamento, ad esempio, non sia un problema: tutti vogliamo i mari e le spiagge pulite e libere dalla plastica, aria fresca da respirare, boschi non distrutti dall’indifferenza umana, una “soluzione” al cambiamento climatico.
Non si tratta di negarne l’importanza, ma di chiederci se sia il caso di agire per il tramite di un modello globale e algoritmizzato. Il rischio del modello unico è non riuscire più a immaginare alternative possibili, e censurare chiunque provi a sviluppare idee e processi alternativi.

Possiamo prenderci cura dell’ambiente tramite un pensiero diverso da quello di sviluppo?

La verità è che siamo talmente abituati a pensare questo come l’unico modello possibile da non riuscire a elaborare strategie diverse, rispettose dell’uomo quanto della natura.

2. Sostenibilità, comportamenti virtuosi e Psicologia Etica

Abbiamo già visto come, secondo il modello capitalistico globalista, l’umanità (quella senza differenza di genere, provenienza geografica, credo religioso) debba rimanere insieme, compatta, responsabile, matura, e capace di mettere al primo posto il bene di tutti.
Gli effetti di questo modello sono una sempre maggiore pressione verso il conformismo, l’omologazione e la normalità intesa come valore verso cui tendere[14].

L’uomo educato[15] dallo sviluppo sostenibile è un uomo rispettoso dell’Altro, delle norme civiche, capace di autodisciplina e rigore. Tutte queste caratteristiche risultano indispensabili per sviluppare nella persona l’auto-orientamentoverso il Bene Comune.

A rendersi garante di questo passaggio, uno Stato[16] e un apparato pubblico che si intestano il compito di una legiferazione volta a educare i cittadini a comportarsi correttamente. 

Ricordiamo tutti le affermazioni di chi, all’indomani dell’introduzione dell’obbligo delle mascherine all’aperto, ne sosteneva l’importanza solo in termini educativi. Oggi, invece, è il nuovo Presidente del Consiglio Meloni che fa dell’ergastolo ostativo uno strumento educativo.

Diversi sono coloro che in questo ravvedono una vocazione etica dello Stato[17], che si pone nella posizione di stabilire il confine tra ciò che è bene e ciò che è male, assimilando l’etica a una legge e al suo rispetto (Nerozzi, 2010). Sembrerebbe il trionfo di un certo tipo di pensiero legalitario, quando non legalista, che trova nel rispetto della legge il proprio stesso orientamento etico.

Etica e legge, in questo scenario, stringono una strana alleanza, e si propongono di “formare” l’uomo del futuro.

Inoltre, in virtù del proprio mandato etico, lo Stato può teoricamente legiferare su tutto, penetrando nella vita e nei corpi delle persone libere. È compito dello Stato Etico perfino stabilire la definizione di famiglia o di salute o, in maniera più sorprendente, di amore.

Nello Stato Etico postmoderno tutte le azioni individuali hanno valore soltanto se sono orientate alla vita e alla salvaguardia della collettività (rappresentata dallo Stato e dalle sue leggi). Poco importa se riguardano i vaccini o la guerra. In nome della buona scusa morale è possibile persuadere le persone a mettere in atto qualsiasi comportamento. 

I governi, tanto di destra quanto di sinistra, stanno vietando per legge raggruppamenti di persone non autorizzate, ora per prevenire un contagio, ora per prevenire comportamenti rischiosi.
Il problema, quindi, non è che si proibisca alle persone il diritto di incontrarsi, ma a chi vanno vietati gli “assembramenti” e a quale scopo. Se troviamo un motivo morale, allora è accettabile. Lo Stato ha il dovere di normare i comportamenti, poi nell’arena di qualche talk show possiamo liberamente discutere su quale sia il comportamento virtuoso.

L’etica non fonda più l’attività umana dentro una logica interpersonale, ma si astrae per farsi legge. Lo Stato e tutti i suoi organi di trasmissione si intestano un ruolo di potere dal quale definire il comportamento, il pensiero, lo stile di vita cui bisogna aderire.

Accade così che l’individuo non sia più portatore di diritti inalienabili (la propria indissolubile sacralità) ma solo di doveri collettivi.

È chiaro che la differenza non è “pensabile” in una simile organizzazione sociale. La differenza, infatti, parla del fatto che io e l’Altro siamo portatori di una diversità strutturale che costringe a fare i conti con degli istituiti interni non sempre conciliabili.

Il pensare la differenza è un problema.

Ma di quali difficoltà dovrebbe farsi carico una comunità che non riesce a “pensare la differenza”? Ha ancora senso parlare di differenza?

Il mondo contemporaneo sembra avversare tutto ciò che di individuale può essere espresso[18]: ciò che proviene dal singolo, soprattutto se in contrasto con il sentire collettivo, è sinonimo di egoismo. Questo, come qualsiasi altro comportamento riprovevole, va messo alla gogna[19].
Secondo Hopper (2021), spesso l’avversione per la prima persona singolare si accompagna a un funzionamento gruppale caratterizzato da indifferenziazione, massificazione e adesività.

Tornando alla sostenibilità, essa è diventata l’organizzatore culturale per tutti gli altri valori dell’uomo contemporaneo (lo vedremo meglio nel prossimo paragrafo).

Sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e sostenibilità sociale: tutte insieme fanno lo sviluppo sostenibile.

L’etica comune è la sostenibilità del sistema, in primis quello sociale: le regole sono “buone” in quanto sostengono, appunto, l’intero sistema sociale, ambientale, economico e politico, sia nazionale che globale.

L’Agenda 2030[20] impegna tutti gli stati europei a intraprendere azioni sostenibili e predetermina i valori di riferimento che devono essere comuni a tutti (pena multe per gli Stati inadempienti).
I sofisticati sistemi di certificazione hanno un enorme valore in questo senso. Senza un certificato di sostenibilità (pensiamo alle aziende che devono corrispondere ad alcuni standard equosolidali) non è possibile accedere all’utilizzo delle risorse “comuni”.
Ogni certificazione viene rilasciata solo a condizione che vengano rispettati standard, criteri e protocolli. Quanti di noi sanno che per accedere alla candidatura agli Oscar, i registi devono rispettare almeno due dei quattro criteri di inclusività[21] previsti dall’Academy?

Così, chi non rispetta gli indirizzi etico/legali previsti dalla normativa può essere multato, sanzionato o escluso dall’accesso ad alcune pratiche e contesti[22].

A nulla vale se una persona non ha i soldi per passare all’auto elettrica, se ha comprato il televisore l’anno precedente l’entrata in vigore del nuovo sistema di trasmissione del segnale, se un anziano fa fatica a usare il digitale, o se la legge tradisce ideali securitari: la persona che non si adegua è un “immorale” ed è giusto che sia punito, “educato”.

Cercare di mettere fuori legge il “Male” sembra essere l’obiettivo finale dello stato etico. In questo senso la scienza, la medicina e l’educazione svolgono un ruolo centrale, in quanto istituti che si ergono a tutela del processo formativo dell’Uomo nell’era della sostenibilità.

Tale paradigma non è nuovo, ne troviamo i primi vagiti nel carteggio tra Einstein e Freud del 1932: poco prima della seconda guerra mondiale i due si scambiarono opinioni e provarono a comprendere perché le persone e gli Stati si facessero la guerra. Entrambi convenivano sulla necessità di istituire un organismo mondiale sovranazionale capace di orientare l’uomo verso un sano sviluppo psichico, e tale da arginare definitivamente le derive catastrofiche dell’aggressività e dell’istinto di morte.

Il processo di civilizzazione (oggi sempre più in mano ai tecnici), che segnala mete socialmente utili e buone, è indispensabile per l’attuazione di questo progetto riformatore.
Le grandi rivoluzioni culturali del ’68, infine, sulla scia di questo stesso progetto, aprirono la strada a una cultura affettiva caratterizzata dal dialogo, dall’amore, dall’educazione, dal confronto pacifico e dall’ascolto attivo. Questa cultura si è andata affermando all’interno di un sistema educativo volto a forgiare “una bella persona” (Pietropolli Charmet, 2000).

Si diffuse velocemente l’interesse istituzionale per la gestione dei percorsi di sviluppo di “belle persone”, si svilupparono i primi programmi di educazione affettiva, alla pace, alla diversità, civica. Questi avevano l’obiettivo di sviluppare un orientamento personale verso emozioni positive, propositi sociali benevoli e comportamenti virtuosi. Si è insegnato a stare dentro i conflitti sani non strumentali, prediligendo pratiche pacifiche.

Il tentativo di neutralizzare la parte litigiosa, quella impossibilitata a scendere a compromessi, di negare l’ostilità in quanto processo da attraversare ha portato allo sviluppo di persone che non sanno litigare, che anzi hanno paura della propria rabbia, della propria parte “violenta”, schiacciate da sentimenti di invidia.

Le persone, in altre parole, non sanno più identificare e mentalizzare quei sentimenti che sono stati culturalmente appellati come negativi[23]. E non basta renderli illegali o indicare l’adesione a standard certificabili, come vuole lo Stato Etico, per risolvere il problema.

I dispositivi di produzione dell’umano, oggi, formano soggettività orientate a un vuoto pacifismo, a banali ideologie fondate sull’amore, sul rispetto e sulla solidarietà, su un ecologismo globalizzato sprezzante delle tradizioni. 

È così che si vuole perseguire un mondo sostenibile, senza guerre, senza discriminazioni, senza violenza?
Né la violenza sociale è sparita, né la guerra è stata eliminata. Anzi, forse siamo la società che più di tutte sfiora realmente il rischio dell’utilizzo della bomba atomica dopo Hiroshima e Nagasaki.
Persino la guerra, a ben vedere, potrebbe essere sostenibile!

Negare la presenza di una nostra parte “insana” significa non poterla più guardare, e non capire come essa agisca dentro di noi. Come ci ricorda Pigozzi (2018), gli infanticidi si sviluppano spesso attorno all’idea di un materno totalmente buono, sempre pronto e amorevole (che nega la presenza anche dell’odio all’interno del legame); un materno che schiaccia le madri dentro stati dissociativi. Queste madri, non potendo integrare la propria parte “insana”, possono solo agirla.

La rabbia stessa, per alcuni Autori (Costa, Tonini, Fersurella, 1995), è alla base della capacità di stare da solo, a sostegno dei processi di individuazione e differenziazione.

Eliminare il “male” dalla vita priva il funzionamento psichico di una parte importante della mente. L’illusione di purificare la natura umana rischia di disabilitarci nel rapporto con l’aspetto tragico dell’esistenza (Illich, 1977).
“L’odierna società sembra essere divenuta incapace di accettare la propria parte maledetta, il Perturbante, e tenta drammaticamente di esorcizzarla tramite politiche che, implicitamente, si pongono l’obiettivo di isolare l’elemento che perturba e che mette in crisi” il sistema collettivo di tenuta (Campo, 2007).

Oggi la professione psicologica si è intestata una visione etica della “cura”, tanto che potremmo parlare di Psicologia Etica (in analogia allo Stato Etico).
Pensiamo al proliferare di programmi di educazione alla pace, alla sessualità, alla corretta alimentazione, o di sensibilizzazione allo sport, sempre più interessati a “formare” fin dai suoi primi vagiti, un modello di umanità consapevole, responsabile, salutista, amante della diversità, non “egoista”, flessibile e adattabile, capace di derogare ai propri bisogni e interessi personali in favore dell’interesse sociale.

Così recita il documento programmatico dell’attuale consiliatura del CNOP (2020): “le scienze psicologiche mostrano come i nostri comportamenti, le nostre azioni, le relazioni che abbiamo con le persone con cui siamo legate e con gli altri dipendono in buona parte dai nostri valori” (pag. 9). 

I valori, in altre parole, fondano lo sviluppo armonico di una persona e sono alla base di un buon funzionamento mentale: quest’ultimo, vedremo più avanti, permette di rivolgersi al bene, alla pace, alla cooperazione e alla solidarietà globale.
Sembra essere tornato in auge il mito secondo cui è la mancanza di moralità[24] a generare la patologia.

Potremmo quasi affermare che la psicologia, sempre meno interessata a una analisi etica (questa sì!) dei rapporti di potere, rischia di sposare una visione etica della cura.

Tutto l’architrave delle leggi che regolamentano la professione possono essere viste all’interno di un percorso istituzionale più ampio che ha reso gli Ordini semplici interpreti di una funzione politico-sanitaria di carattere etico/morale. Gli Ordini sono esecutori di impianti normativi che poco hanno a che fare con il reale benessere dei cittadini.

La stessa legge 3/18 trasforma gli Organi di rappresentanza istituzionale (e di conseguenza i professionisti ivi iscritti) in enti subordinati allo Stato e alle politiche governative, sempre meno autonomi e indipendenti nella formulazione di una propria visione dell’umano e della “cura”.

Quanto spazio di autonomia può rimanere a un professionista quando il “bene del paziente” è stabilito fuori dalla relazione con il paziente? quando la presenza dello Stato all’interno dei percorsi di “cura” è così invadente?

Allo psicologo potrebbe rimanere un’autonomia da giocarsi all’interno dei perimetri tracciati di volta in volta dall’economia, dalla politica, dall’ecologia.

Curtotti (2022), in un recente articolo dal titolo “Lo Psicologo di stato”, avanza l’ipotesi di “una nuova figura di Psicologo da calare nel contesto sociale come valore non solo aggiunto ma, a quanto pare, fondante nella logica di un nuovo assetto globale della Sanità pubblica”.

La nuova figura dello psicologo rischia di essere al servizio di un sistema che definisce a priori la figura di uomo da “formare”.

Le professioni sanitarie, uniche ormai a gestire il Sistema Salute, pongono le proprie formulazioni sotto forma di norme in tutti gli ambiti della vita: dall’alimentazione, all’igiene, alla sessualità, alla procreazione, al fine vita.
La salute, e non più la malattia, è diventata l’ambito di intervento del professionista.

La salute mentale, dentro un tale sistema normativo e legislativo, rischia di diventare un problema di ordine pubblico e l’etica, non più fondativa di una prassi, diventa Valore[25].

3. Dallo sviluppo sostenibile allo sviluppo psicologico sostenibile

Qualche anno fa partecipai a un gruppo di lavoro che aveva l’obiettivo di riflettere sul significato della contemporaneità e sugli echi nel mondo interno.
Ciò che mi colpiva era il ritorno sistematico di una domanda che potrei riformulare in questo modo: “dobbiamo costruire nuove mappe interpretative per comprendere i fenomeni attuali, oppure dobbiamo soltanto aggiornare le vecchie mappe?”.
Una domanda alla quale non è possibile dare una risposta, ma che è importante perché permette di mantenere uno sguardo aperto su ciò che guida la nostra pratica.

Sono passati pochi anni e già le Istituzioni che ci rappresentano come professionisti sembrerebbero aver trovato una risposta: la psicologia si deve dotare di mappe aggiornate, che tengano conto degli attuali cambiamenti politici, economici e sociali, e che siano capaci di rispondere adeguatamente alle sfide del tempo!

Ma quali sono le sfide del tempo? Siamo ancora interessati a capire come ognuno di noi si colloca in relazione a queste sfide prima di accettarle?

È proprio il Presidente del CNOP a evidenziare l’importante fase di transizione che la professione sta vivendo a fronte dei grandi cambiamenti sociali. A tal fine, segnala la necessità di dotarsi di validi protocolli di lavoro volti a sostenere le persone nei loro processi di adattamento e resilienza[26].

Lazzari (2022), durante un convegno dal titolo “Deontologia e valori per la Comunità professionale psicologica”, ha introdotto l’espressione “sviluppo psicologico sostenibile” quale obiettivo prioritario del professionista psicologo.

Secondo Lazzari, i grandi cambiamenti radicali che attraversano la nostra società non possono essere gestiti e compresi dai cittadini “nel loro valore intrinseco”, senza un valido sostegno psicologico, senza cioè “un sostegno che ci aiuti a cambiare e comprendere i cambiamenti”.

Per il Presidente del CNOP, gli psicologi devono dare un loro contributo allo sviluppo sostenibile, in linea con gli obiettivi e i valori espressi nell’agenda 2030 e nel PNRR. Devono altresì definire le linee guida “per la costruzione di una società post moderna e post pandemica”[27].

In questa chiave, il benessere psicologico e la salute individuale vengono descritti come “capacità dell’individuo di costruire equilibri adattivi in un contesto relazionale”, e divengono elementi chiave per la valutazione delle performance[28] di un Paese rispetto alle proprie politiche.

Dovremmo guardare più attentamente nelle pieghe di questo discorso, in quanto dichiarare che la salute psicologica diventa un elemento di valutazione delle politiche di un Paese significa fare entrare la psicologia in un ruolo inedito. Da quando ne ho memoria, nessuno psicologo ha posto la soddisfazione e l’adattamento alle politiche governative a fondamento del proprio lavoro (almeno in maniera esplicita), tanto meno ha rinunciato a mantenere uno sguardo terzo sulle cose.

Il nostro Ordine Nazionale si impegna a sviluppare una Salute sostenibile, intendendo per sostenibilità ciò che definisce il valore di un’azione, mentre la psicologia, interprete di questo mandato valoriale a livello sociale, se ne fa interprete e garante.

La sostenibilità così diventa al contempo valore e obiettivo del lavoro del professionista. 

La psicologia si intesta gli obiettivi di una sostenibilità per legge [29] la cui eticità è tutta da “verificare”.

Nessun confronto su questo tema è mai avvenuto.
Anzi sembra esservi stato un percorso, ben gestito dall’alto, che non ha lasciato spazio a dubbi e perplessità sulla validità epistemologica del concetto di sostenibilità applicata all’umano. Nè è stato lasciato spazio per riflettere sulle implicazioni professionali derivanti dall’accettazione della sostenibilità come valore e obiettivo del nostro lavoro.

Ancora, nel documento programmatico dell’attuale CNOP (2000) troviamo che il “nostro modello sociale ha bisogno di ripensare la centralità dei bisogni per la vita umana” (pag. 3). Una frase per certi versi condivisibile, ma che tradisce una possibile stortura di fondo: in questa prospettiva i cittadini – che vivono in un determinato spazio sociale – non possono negoziare, modificare o ripensare un modello di comunità più a misura dei propri bisogni relazionali, spirituali, trascendenti; al contrario, per potere essere sostenibile, è l’organizzazione sociale – eterna e immutabile – che deve rimettere al centro i bisogni delle persone (stabiliti da chi?).

In tal modo comprendiamo meglio cosa si intende quando si afferma che i cambiamenti sociali e le sfide per il futuro non possono essere comprese senza un adeguato sostegno psicologico.

La società sostenibile (in equilibrio per un tempo indefinito) ha bisogno che tutti si muovano verso l’adesione ad alcuni comportamenti e stili di vita; in tutti coloro che mettono in atto comportamenti difformi, il “nuovo” psicologo vede la presenza di resistenze che, grazie al suo tempestivo intervento, possono essere sciolte.

Così la psicologia rischia di avere un mandato “politico” su chi non comprende l’ineluttabilità di alcune scelte: chi rema in direzione contraria, chi sta male al lavoro, chi sta scomodo nel vivere dentro percorsi normativi stabilmente definiti da altri.

Per arrivare a chi, proprio a causa di alcune narrative, sviluppa forme di disagio immediatamente “diagnosticate” e “curate”. Pensiamo, ad esempio, alla recente comparsa del termine “eco-ansia” per definire le emozioni negative – preoccupazione, senso di colpa e disperazione – legate al cambiamento climatico. L’American Psychological Association (APA) riconosce l’eco-ansia come una “paura cronica del destino ambientale”.
Secondo Papa (2022), in linea con le più recenti formulazioni sul tema, è necessario che le persone comprendano il senso del cambiamento climatico. Solo così possono acquisire gli strumenti utili “per far fronte alle emozioni che accompagnano questa conoscenza” (ibidem).
Grazie al tempestivo intervento del “nuovo” psicologo è possibile contrastare quei sentimenti di disperazione e negazione (negazionismo?) che non permettono di assumere comportamenti responsabili.

E così il “nuovo” psicologo si impegna a sostenere le politiche globali, sviluppando programmi di intervento che possono aiutare le persone ad attraversare i cambiamenti, a comprenderli e ad assumersene la responsabilità, personalmente e collettivamente.

Ancora una volta l’interesse del singolo e della società, intesa come organizzazione sociale, devono coincidere.

La centratura sulle capacità adattive in relazione alla salute mentale è fondamentale in questa nuova mission: il benessere psicologico è associato a un buon funzionamento mentale individuale, e quest’ultimo, e solo quest’ultimo, permette di mettere in atto comportamenti virtuosi.

Un esempio recente è stato l’accento sulla sanità mentale del cittadino che andava a vaccinarsi: una persona con un buon funzionamento mentale è capace di mettere da parte i propri interessi personali se non coincidono con quelli collettivi[30].

Il funzionamento mentale è un Valore, di quelli con la maiuscola, ed è grazie allo sviluppo di una mentalità sana e integra che si può vivere dentro la società; un uomo “sano” può accettare, senza troppe remore, il ruolo civilizzatore della società e la Psicologia può aiutare le persone a sviluppare quel controllo cognitivo necessario ad accedere al contratto sociale.

In questo tipo di ragionamento vi è una grande insidia che dovremmo tutti tenere a mente: lavorare per l’adattamento alle politiche sostenibili, progressiste e globaliste di uno Stato implica che la psicologia e tutta la sanità diventino il perno sulle quali esse si sostengono. Tale cornice rischia di trascurare una pratica professionale capace di mettersi al fianco della persona in difficoltà e aiutarla a trovare le proprie strategie soggettivamente credibili.

Nel nostro “documento di Interlocuzione all’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia” ci siamo chiesti quanto “gli psicologi oggi sono al servizio di un adattamento umano all’ambiente culturale (anche se nessuno può mai essere definitivamente e perfettamente adattato) o al contrario incentivano specifici percorsi di soggettivizzazione, individuali e gruppali? In quanto psicologi professionisti, siamo consapevoli di essere figli di questo tempo, anche noi assoggettati a vincoli di potere (di cui dovremmo essere il più possibile consapevoli) che ci abitano e che agiamo?” (pag. 1).

Come ripensiamo il nostro essere iscritti nelle matrici socio-culturali del nostro tempo? Quanto ci stiamo attrezzando per imparare a muoverci tra il fare parte del sistema (essere figli del tempo) e lo stare fuori (capire quale parte stiamo giocando)? Quanto anche noi rischiamo di diventare sistema e parlare lo stesso linguaggio di ciò che fa ammalare?

Io questo rischio lo sento.

Credo che sarebbe utile avviare una riflessione su tutte queste tematiche: parlare tanto e parlarne tanto, non darle per scontate.
Il sapere non può mai sottrarsi, a mio avviso, dall’interrogare se stesso. Il rischio è di diventare l’ennesimo replicante dei discorsi del potere.
Un approccio etico/scientifico, al contrario, riporterebbe il dubbio e la domanda dentro il processo conoscitivo.

Le persone che incontro nel mio lavoro soffrono spesso di oppressione. Certo, posso provare la strada della resilienza per aiutarle. Oppure potrei andare alla radice di questa sensazione e aiutare la persona a ritrovarsi come Soggetto della propria vita.
All’ascolto analitico, l’oppressione si presenta nella forma di un Sé adattato senza guizzo, in balìa degli eventi, schiacciato dalla sensazione di non avere presa sulla propria vita. Gli eventi accadono senza che la persona senta di potere avere effetto su di loro.
Nel già citato documento di Interlocuzione all’Ordine abbiamo visto come le attuali forme di mal’essere siano specifiche della “società degli individui”[31].

Bollas (2018) ipotizza l’oppressione come nuova forma dell’essere: “il ritiro nelle terre mentalmente spoglie dell’universo normopatico isola il Sé dall’attribuzione di un significato al vissuto.  (…) I momenti di intensità psichica non sono (…) registrati dal Sé che, essendo difeso rispetto alla possibilità di accoglierli, non è in grado di trasformarli in vertici di significato” (pp. 135-136). La persona assiste a uno scorrere degli eventi senza che questi possano entrare pienamente nel proprio campo della coscienza. La mancata “esperienza” del mondo impoverisce la funzione simbolopoietica della mente.
Dal mio punto di vista, in accordo con Bollas, lo sforzo nella “cura” avrebbe anche a che fare con la possibilità di risvegliare un interesse nella persona a poter essere Soggetto.

Personalmente ritengo fondamentale un lavoro volto a sostenere il processo di individuazione (Jung, 1935) o di soggettivizzazione (Napolitani, 1986), ovvero un lavoro a sostegno di una riappropriazione personale di quanto “appreso” dal mondo, rielaborato e valutato a seconda della propria storia, dei propri valori e della propria propensione a “essere”.

Come non ricordare l’importante insegnamento di Napolitani (ibidem) sulle “parti non nate” e sull’importanza di un ascolto attivo per riconnettere l’individuo a una parte di sé negata.

Un approccio molto distante da quello della psicologia e della psicoterapia al servizio dell’adattamento e della resilienza[32].

Nell’imperativo Etico del Bene Comune l’individuo, con i suoi valori e i suoi bisogni, è scomparso. L’uomo contemporaneo fa fatica a formulare per sé un proprio sapere “situato” nel proprio corpo, nella propria storia, nella propria visione del mondo e del futuro.

Ecco cosa rischia di diventare la resilienza: adattarsi a città invivibili, a lockdown forzati, a burocrazie estenuanti, allo smart working, all’alimentazione con cibi chimici prodotti dentro laboratori, o con farina di insetti.
Cosa accade quando la definizione di Salute è stabilita in uno spazio diverso da quello individuale e comunitario? Quale spazio rimane per il consenso informato?

Conclusioni

La radicale desimbolizzazione di ogni aspetto della vita porta alla presenza di oggetti che non rimandano a nulla se non a se stessi.
La medicalizzazione del vivente, a pensarci bene, non è altro che questo: ridurre il senso della vita a qualcosa che rimanda solo a se stessa (la preoccupazione di stare bene al lavoro, in famiglia, mangiare bene, fare le visite di controllo, fare sport, occuparsi dei rifiuti).

Ma come ci ricorda Fachinelli (1979), abbiamo anche bisogno di andare alla ricerca di un senso altro della vita. Lo psicoanalista racconta di un episodio il cui protagonista è un bambino.

Pochi giorni fa, in un piccolo gruppo, una psicoanalista raccontò qualcosa che era successo tempo prima ad uno dei suoi figli. Il bambino, giunto all’età classica per queste domande, un giorno le chiese: ‘da dove vengono i bambini?’. La madre rispose ‘scientificamente’, spiegandogli che i bambini nascono dal rapporto con i genitori etc. Qualche tempo dopo, il bambino si trovò a parlare dello stesso argomento con altri bambini, i quali viceversa sostenevano la tesi della cicogna. (…) Il bambino rinnegò e criticò la tesi ‘scientifica’ dei genitori e passò (o forse meglio ritornò) decisamente alla tesi fiabesca dei compagni. (…). C’è pure una intrinseca debolezza o insufficienza della verità dei genitori sul sesso. Che cosa significa la domanda ‘da dove vengono i bambini?’ (…) la domanda va molto più in là: chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? Alle domande sulla vita sono immediatamente legate quelle sulla non esistenza e sulla morte. La domanda sulla nascita sembra dunque avere, sia pure in modo per lo più implicito, il senso di una domanda più complessa, direi metafisica. (…) Possiamo postulare una situazione in cui la risposta ‘scientifica’ dei genitori (o degli insegnanti…) risulta per il bambino del tutto insufficiente per i problemi che pone; non solo insufficiente: egli la può trovare angosciante, se gli si pone in modo diretto (pagg. 125-127).


Fachinelli ci segnala quindi un aspetto importante della mente umana: il bisogno di sfuggire alla “nuda vita” (Di Petta, 2020) delle spiegazioni scientifiche e dei protocolli.

Più recentemente Han (2016) ci ricorda come “non è possibile giocare con la nuda carne. Il gioco ha bisogno di un’apparenza, di una non-veridicità (…) L’imperativo neoliberista di prestazione, sexyness e fitness alla fine riduce il corpo a oggetto funzionale che occorre ottimizzare (…) L’espulsione dell’Altro produce un adiposo vuoto di pienezza” (pag. 15).
Ogni cosa è resa mera funzione e, in questo collasso del piano simbolico, tutto può essere mercificato, persino un pezzo di corpo o di secrezione umana.

È qui che possiamo rintracciare il mito della neutralità, un mito che fa fuori sia le questioni simboliche che etiche, andando verso la costruzione di un uomo “normale”.
L’essere umano “normale” riconosce la diversità, ma solo in quanto declinazione dell’Uno e del neutro come valore positivo. La diversità, al contrario del concetto di differenza[33], non minaccia quell’Uno a cui guarda il concetto di normalità; vi è una buona tolleranza dei diversi modi di interpretare e declinare un unico Modello.
Più si accetta la neutralità di qualcosa, più se ne afferma l’intrinseca positività. Il neutro è un Valore al quale tutti dobbiamo tendere.

La deriva tecnico-procedurale, così come avvenuto in questi due anni, affonda le radici all’interno di quel paradigma che vuole l’utilizzo imperante di protocolli, procedure, tecnicismi stabiliti da un sapere “neutro”.

Se noi professionisti continuiamo a essere costretti a “pensare” solo dentro i vincoli di procedimenti validi per tutti – che ci dicono cosa fare, perché farlo e quando farlo – rischiamo di far fuori quel ragionamento clinico capace di sostenere la vita nei suoi risvolti creativi, simbolici e simbolo-poietici.

Siamo catturati e prigionieri dentro un mondo di procedure, di carte e di burocrazie che ci toglie tempo (anzi ci costringe a usarlo per cose inutili).

La vita è sempre più svuotata di qualsiasi riferimento trascendentale, spirituale e di senso.

Con l’illusione di poter controllare tutto, stiamo perdendo la capacità di pensare ciò che di ingovernabile e incomprensibile c’è nella vita.

La proliferazione di certe pratiche salutiste sta portando anche al progressivo smantellamento di quei dispositivi di supporto (familiare, sociale, culturale) ancora rimasti indenni.


Bibliografia

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[1] Pensiamo alla lungimiranza dell’AGENDA 2030 quando “prevede” la sostenibilità dell’attuale sistema sociale ed economico anche per le generazioni future. Se la “preoccupazione” per le generazioni future è lodevole, non si capisce quali siano i criteri per stabilire cosa sarà sostenibile per le generazioni a venire.

[2] L’Industria della Salute, come la chiama sapientemente Sala (2019), porta ad alimentare l’idea che medici, psicologi e assistenti sociali possano riuscire a intervenire preventivamente per eliminare le patologie, la violenza o la cattiveria dal mondo. Ogni volta, davanti alle tragedie più grandi, che sia un’emergenza sanitaria o un infanticidio, si invoca una maggiore presenza dei servizi, un maggiore controllo da parte delle istituzioni quasi a volersi illudere che basti realmente questo per eliminare l’orrore, la tragedia o la morte. Purtroppo la storia ci restituisce non solo che gli orrori non si possono eliminare, ma che sono tragicamente parte della vita; i sistemi di controllo, per quanto sofisticati, non possono eliminarli. Le professioni mediche e sanitarie sono sempre più animate dalle logiche del biopotere (Foucault, 1976); quest’ultimo richiede un controllo dei corpi tramite l’impiego di pratiche di igiene, alimentari, sessuali. Gli esseri umani, di fronte alla promessa di agi, comfort, assenza di malattia e violenza, sono disposti a sottomettersi alle tecnologie di controllo, arrivando perfino a disumanizzare e a medicalizzare il senso della vita.

[3] Per Manghi (2022) il continuo interrogarsi dei professionisti della Salute sui confini tra normale e patologico (si vedano, ad esempio, le ultime riedizioni del DSM) rimanda a un orizzonte in cui parte importante del nostro vivere è patologizzato e/o sottoposto a sorveglianza medica. Il ruolo dello Stato è fondamentale in questo processo perché, come vedremo, è esso che, in nome del diritto alla Salute, se ne fa carico e garante, normando le abitudini, gli stili di vita, quando non i pensieri stessi.

[4] Il controllo medico, ricorda Illich (1977), frammenta le fasi di passaggio in una serie di episodi a rischio che hanno bisogno di tutela e vigilanza speciale. Nelle culture tradizionali, al contrario, i passaggi “evolutivi” sono ancora questioni che riguardano la comunità intera.

[5] Documento programmatico CNOP (2020) 2019-2024.

[6] L’Agenda 2030 rappresenta il quadro di riferimento per l’impegno nazionale e internazionale e ha come obiettivo quello di trovare  delle soluzioni globali a problemi come la povertà, i cambiamenti climatici, il degrado dell’ambiente e le crisi sanitarie.

[7] Articolo 9: l’Italia “riconosce e garantisce la tutela dell’ambiente come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Promuove le condizioni per uno sviluppo sostenibile”. Articolo 41: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente”.

[8] Si pensi, ad esempio, a parte della critica femminista sulla prostituzione del corpo femminile mercificato a uso del “maschio”. O ancora, si pensi alla pratica della Gestazione per Altri che vede mercificata una parte del corpo (l’utero) e una funzione (la gestazione) a uso di coppie spesso bianche, ricche e occidentali; una pratica, quest’ultima, che assimila la gestazione al pari di qualsiasi altro lavoro, così come precedentemente era successo per la prostituzione (Danna, 2017; Corradi, 2021).

[9] Si definisce Antropocene l’attuale epoca geologica in cui l’azione umana modifica, su scala locale e globale, l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche (Crutzen, 2002).

[10] Ogni qualvolta che il capitalismo si appropria della natura, questa viene sottratta all’uomo e trasformata in “prodotto”; da quel momento in poi l’uomo vede mediato il suo rapporto con il prodotto attraverso  leggi, regole, funzioni. Un esempio: la legna, trasformata in “prodotto di consumo”, è rivenduta all’uomo tramite un sistema che ne regolamenta la vendita e l’uso.

[11] Un esempio di come il capitalismo riorganizzi la natura e favorisca pratiche di sfruttamento viene raccontato da Fukuyama (1994) quando rilegge la storia delle piantagioni di cotone negli Stati Uniti all’interno della storia dello sfruttamento della terra e dell’uomo. L’imposizione del cotone come grande protagonista della rivoluzione industriale è coinciso con lo sfruttamento monopolistico della terra, destinata e dedicata alle grandi coltivazioni di cotone e all’introduzione dello schiavismo per la cura delle stesse.

[12] Pensiamo ad esempio che tutte le grandi riforme sul sistema pensionistico (dettate dai mercati, dalle élite e da organismi sovranazionali) sono state introdotte da governi tecnici e a seguito di una crisi economica.

[13] L’ecologia della mente è, al giorno d’oggi, incapsulata dentro una visione di biosicurezza (interventismo terapeutico e libertà negate) appiattita all’interno di una sempre più penetrante medicalizzazione del vivente.

[14] Durante una discussione in merito alle politiche governative degli ultimi due anni e mezzo, un collega mi segnalò il mio personale bias che dovevo correggere se volevo tornare a pensare normalmente: “più dell’ottanta per cento delle persone la pensa così e io con loro: sei tu che pensi strano. E io sono felice di pensare come quell’ottanta per cento, significa che sono normale”.

[15] L’educazione è importante in questa prospettiva in quanto permette all’uomo di addomesticare i propri istinti: l’uomo educato (come vedremo dopo, anche curato) è un uomo che ha imparato a dominare il proprio egoismo, la propria malvagità e, grazie al processo di civilizzazione, a vivere in società.

[16] Lo Stato oggi ha perso la propria autonomia nazionale, è anch’esso globalizzato, attento alla cura responsabile di un bilancio economico, anche quando questo va a discapito dei cittadini.

[17] Per Hegel (1814) lo Stato è “etico” in quanto ha il compito di fondare la vita individuale su valori e principi etici “universali”; questi sono al tempo stesso rappresentazione del e orientamento verso il bene supremo.    

[18] Oggi parlare a titolo personale è sinonimo di egoismo, di cecità interpersonale. Ma parlare in prima persona è, come ci ricorda Lacan (2002), un aspetto importante per la costruzione di una propria soggettività. E invece siamo ancora capaci di riconoscere il valore della prima persona plurale (il Noi) ma siamo sospettosi di qualsiasi aspetto che tradisca la presenza di un Soggetto.

[19] La compulsione a commentare qualsiasi cosa nei nostri profili facebook risponde all’esigenza, quasi “rituale”, di condannare pubblicamente un certo comportamento: chi condanna, dandone testimonianza pubblica, si fa riconoscere anche come persona dotata di un buon profilo morale. La paura di provare vergogna ed essere messo alla “gogna” pubblica diventa l’organizzatore sociale che facilita l’assunzione di buoni comportamenti, espressione di un Ideale dell’Io ipertrofico. Si veda a tal proposito anche “L’ambiguità come marker culturale” in https://www.dallastessaparte.it/interlocuzione-allordine-2/.

[20] Ecco alcuni obiettivi dell’Agenda 2030: raggiungere la sicurezza alimentare e promuovere l’agricoltura sostenibile, garantire una vita sana, raggiungere l’uguaglianza di genere, garantire l’accesso all’energia a prezzo accessibile, affidabile e sostenibile, promuovere una crescita economica duratura inclusiva e sostenibile, costruire un’infrastruttura resiliente, ridurre le disuguaglianze, rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, resilienti e sicuri, garantire modelli di consumo e produzione sostenibile, promuovere società pacifiche e inclusive orientate allo sviluppo sostenibile, adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici, conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani e i mari.

[21] I criteri in questione sono: la  presenza di donne, attori provenienti da etnie scarsamente rappresentate, espondenti LGBTQ+, persone con disabilità.

[22] Si veda la ferocia delle leggi etico/morali degli ultimi due anni, passate come leggi contro i cosiddetti no-vax. O ancora pensiamo alle multe che minacciano chi non mette a norma il proprio camino, o non regoli il termostato alla temperatura stabilita per legge.

[23] Parlando della rabbia come sentimento negativo, si fa in modo che venga percepita come Male.

[24] Questo mito era molto diffuso durante gli anni ’70 come euristica per spiegare la tossicodipendenza: i ragazzi che cadevano “nel tunnel della droga” mancavano di valori solidi e la “cura” coincideva con la “cura dei valori”. Alcune delle prime comunità terapeutiche (pensiamo a San Patrignano) avevano una chiara impostazione educativa e di rigenerazione del giovane attraverso l’acquisizione di valori positivi.

[25] Proprio a partire da questa considerazione, all’interno dell’associazione #dallastessaparte siamo impegnati a costruire un metodo che renda l’etica qualcosa di vivo e concreto. Rivitalizzata nella dimensione interpersonale, l’etica rimane vincolata al senso delle relazioni e dei processi che si sviluppano all’interno dei gruppi di lavoro. Una dimensione etica, la nostra, che vuole reincludere una riflessione sulle relazioni di potere e su come queste influiscano e determinino i “contenitori” che abitiamo. Una pratica corale in cui centro e margine si parlano e provano a evolvere insieme nel rispetto di ciò che si è, contenendo le spinte a volere cambiare l’Altro.

[26] Per una rilettura del concetto di resilienza e la sua relazione con i processi di adattamento si rimanda alla Tavola Rotonda in https://www.dallastessaparte.it/resilienza-adattamento-o-resistenza/.

[27] I temi di interesse – oltre a quelli dell’infanzia e dell’adolescenza, della parità di genere e la riduzione delle diseguaglianze e delle discriminazioni – sono le nuove forme di lavoro work life balance e il rapporto tra sostenibilità ambientale, spazi urbani e benessere psicologico. Un esempio può aiutarci a focalizzare ciò di cui sto parlando: la Psicologia si vuole porre come interlocutore indispensabile nella progettazione degli spazi urbani. Bene, chi stabilisce che l’urbanizzazione sia l’insediamento umano da garantire in termini di benessere e qualità della vita? E anche una volta definito ciò, chi definisce l’abitabilità stessa degli spazi urbani? lo Stato? l’economia? la politica? e in base a quali standard? O, al contrario, non sarebbe più importante e prioritario ridare potere alle persone per ridefinire quale insediamento possa essere utile per una qualità della vita “buona”? O, ancora, pensiamo alla “banale” cartella dei nostri bambini. Gli esperti hanno valutato che la schiena dei bambini può sopportare il 10-15% rispetto al loro peso totale. Ma è davvero necessaria una buona educazione alla salute che insegni ai nostri bambini a portare un tal carico sulla propria schiena senza comprometterne in futuro la funzionalità? Pensare una gestione diversa dei compiti e dei libri da portare a scuola è fuori discussione.

[28] La sostenibilità diventa sinonimo di stabilità globale e di benessere sociale.

[29] Diventare Enti Sussidiari dello Stato significa sostenere le politiche governative, e farle rispettare e comprendere.

[30] Nel “Position Statement sui comportamenti antiscientifici e/o contrari all’obbligo vaccinale dei Professionisti Sanitari e sociosanitari rispetto alla pandemia da SARS-CoV-2 atto a chiarire il tema delle violazioni deontologiche da parte degli iscritti e configurate da comportamenti manifestamente antiscientifici, rispetto alla pandemia da SARS-CoV-2 ed al ruolo dei vaccini antivirali, quale patrimonio culturale e valoriale condiviso”, la vaccinazione è definita valore e bene comune. A partire da questa unica premessa discende un impianto tecnico-procedurale che ha portato alla condanna deontologica dei professionisti non vaccinati. Nel documento, il consenso informato assume una veste inedita. Gli Ordini, in particolare quello degli Psicologi, hanno invitato i professionisti a sensibilizzare i soggetti non vaccinati: l’obiettivo era vincere le resistenze alla vaccinazione. Tutto questo, lo ricordiamo, è avvenuto senza mai avviare o permettere una riflessione collettiva volta a comprendere il senso e le conseguenze di certe politiche securitarie. La vaccinazione, assunta a valore, è diventata espressione di un comportamento virtuoso per la salvaguardia della propria salute e del Bene Collettivo (poco importa se in molti avessero un’idea diversa). Così il legittimo rifiuto alla vaccinazione, ovvero il rifiuto ad apporre la propria firma sul consenso informato, è diventato “esitazione vaccinale” che doveva essere trattata dagli psicologi. Chi non dava il proprio consenso doveva essere aiutato a superare i blocchi del tutto irrazionali, chi non accettava la somministrazione del vaccino testimoniava la propria noncuranza nei confronti della salute pubblica e un cattivo esempio morale (come nel caso degli insegnanti reintegrati lasciati fuori dalle proprie classi). Gli psicologi, esperti di funzionamento umano, avrebbero dovuto supportare la persona a vincere le proprie resistenze personali, facilitando così il processo di accettazione delle cure – così come definite dal bene Comune. Una trama perfetta per un film distopico. Una logica molto pericolosa, che porta a domandarci a quale idea di Psicologia stiamo ammiccando.

[31] Per Elias (1990) questa può essere intesa come una società che disegna forme anonime, omologate di stare nel mondo. Questa forma di società amplifica la sensazione di sentirsi schiacciato da forze di cui non si conosce né il senso né la natura. Siamo di fronte a un’organizzazione sociale che non permette la formazione di Soggetti, ovvero di persone capaci di prendere posizioni, di parlare a titolo personale, seppur riconoscendone l’arbitrarietà.

[32] La parola resilienza, per altro, è stata centrale soprattutto durante la gestione delle politiche di contenimento della diffusione della COVID-19: i bambini, dotati naturalmente di resilienza, sarebbero riusciti ad adattarsi facilmente alla nuova normalità; gli adulti avrebbero meglio usufruito del sostegno psicologico volto a promuovere la resilienza. Come categoria professionale avremmo potuto dire di più “dalla parte dei bambini”, avremmo dovuto chiedere politiche più a misura dello sviluppo e volta alla tutela dei legami significativi: familiari, amicali. Invece l’obiettivo sanitario ha messo in secondo piano i bisogni dei nostri bambini, anzi gli abbiamo chiesto di non essere egoisti. Oggi stiamo iniziando a contare i morti e i feriti dei lockdown e dell’uso protratto delle mascherine sullo sviluppo dei bambini e degli adolescenti. E continuiamo a vederlo come l’inevitabile effetto collaterale.

[33] La differenza, al contrario della diversità, secondo Cigoli e Scabini (2013) permette di accedere all’ordine simbolico che consente di pensare l’Altro come non riducibile a se stesso.

Attualità

Il conflitto e la coscienza (di classe)

Il breve articolo di Girolamo Schiera ha il fondamentale pregio di parlare icasticamente all’anima epistemologica della nostra professione, descrivendo uno scenario necessitato dal languire di chiavi di lettura transdisciplinari che non siano piatte e indulgenti.

Ci stimola a maturare una rappresentazione complessiva e razionale del mondo in cui operiamo come professionisti e viviamo come persone, per attivare una mobilitazione affettiva; contro lo spirito del neocapitalismo (finanziarizzato e tecnicistico) ci incoraggia a svilupparne uno nuovo, che valorizzi pratiche anti-economiche e di legame.

L’intelligenza pacificatrice che il collega invoca, serve a neutralizzare antagonismi surrettiziamente provocati, per liberare e concentrare tutte le risorse critiche contro un paradigma che ci appare scontato e di cui tutti siamo attori, vittime e colpevoli ad un tempo.


Errori interpretativi nell’analisi degli eventi più recenti

Negli ultimi mesi gli psicologi appartenenti alla nostra associazione #dallastessaparte hanno animato un dibattito su alcuni temi che riguardano la professione: ricordo, tra i tanti, la sospensione dall’esercizio della professione per inadempimento dell’obbligo vaccinale, l’endorsement ufficiale del nostro Ordine Professionale nei confronti di una compagine di governo, la riformulazione del codice deontologico, il sistema ECM, la burocratizzazione della professione, il bonus psicologico.

Durante le nostre discussioni più appassionate è capitato di trascendere nella critica personale nei confronti di questo o quel personaggio politico, cui venivano attribuite qualità personali negative.

Io penso che uno sfogo emotivo sia comprensibile durante una conversazione disimpegnata, ma è un atteggiamento gravemente limitato e fallace se contamina, o addirittura sostituisce, le argomentazioni scientifiche.

Invece, chi esercita la psicoterapia, come gran parte di noi, nella pratica professionale non adopera strumentalmente giudizi di valore sulla persona.

Ad esempio, quando ricostruiamo le dinamiche familiari che hanno generato un malessere in un singolo elemento o nell’intero sistema, per nessuno di noi è rilevante considerare un genitore malvagio o un figlio cattivo o una madre egoista.

Sappiamo sospendere il giudizio, ci riserviamo il giusto tempo per riflettere e rimodulare il primo inevitabile moto emotivo spontaneo.

Quasi sempre poi, procedendo con la raccolta delle informazioni, troviamo che anche il peggiore degli individui con cui abbiamo avuto a che fare professionalmente, è stato segnato da esperienze di profonda sofferenza. Anche a partire da questa comprensione prende avvio la nostra strategia d’intervento.

Siamo dunque addestrati a mettere da parte il giudizio sulla moralità dei nostri pazienti e decodificare il sistema di vincoli (storici, personali, ambientali, familiari, culturali, economici) che possono arrivare a “costringere” un soggetto a comportarsi in una determinata maniera, pur nociva per gli altri e per se stesso.

Tuttavia, quando la discussione si incentra sul comportamento di ampi aggregati di individui o di istituzioni, non sempre riusciamo a mettere da parte un secco giudizio morale, soggettivo, emotivo e personale sui singoli attori.

Credo che un eccesso di semplificazione rischi di avviare ricostruzioni e analisi imprecise della realtà.

Detto in altri termini, soggettivizzare dinamiche oggettive deforma l’analisi dei fatti in un racconto favolistico, utile soltanto a scaricare rancore e frustrazione.

È un grave abbaglio che ci può indurre a indirizzare le nostre energie e il nostro impegno su falsi bersagli, adottando strategie innocue, a volte addirittura predisposte dalla nostra controparte.

Quest’anno siamo stati personalmente colpiti da azioni repressive e oppressive che, a mio parere, sono soltanto l’ultima drammatica evoluzione del conflitto di cui noi siamo la parte soccombente.

Quindi, nonostante le migliori intenzioni e le migliori competenze, l’assetto mentale che abbiamo descritto rischia di rendere irrilevanti le nostre azioni contro il sistema di potere che a volte ci soverchia.

Riusciamo invece a formulare una griglia di interpretazione rigorosa e coerente, che prescinda dall’attribuire qualità morali ai protagonisti delle più recenti e tristi vicende?

Proviamo ad accantonare l’impulso ad attribuire intenzioni cattive agli attori che la dirigono, e consideriamo la società come un sistema sottoposto a vincoli storici, culturali, ambientali, economici.

Ciò che oggi ci colpisce personalmente è il “sintomo” e non la malattia, il problema generato da una serie di elementi che lo precedono causalmente, l’ultimo anello di una catena di eventi: il più superficiale e manifesto.

Se questo ragionamento appare utile e razionale, proviamo a individuare i vincoli di contesto che hanno prodotto l’attuale situazione.

Nel prossimo paragrafo ci soffermeremo su due elementi che ritengo molto utili per costruire la nostra cornice interpretativa e che riguardano:

  1. il dispositivo capitalista in cui siamo immersi e che abbiamo inevitabilmente assimilato;
  2. le dinamiche di lotta di classe, di cui siamo soggetti soccombenti.

Infine proveremo a elaborare una strategia convincente che ci consenta di mettere al servizio della collettività i nostri specifici strumenti concettuali e operativi.

Una cornice interpretativa

Abbiamo concordato di “mettere da parte i sentimenti” per elaborare un’analisi razionale delle cause dell’attuale situazione.
Adesso proviamo a elaborare un piano d’azione efficace.

Il dispositivo capitalista

Occorre dunque costruire uno strumento affidabile per decodificare l’attualità: una cornice interpretativa coerente e razionale per comprendere i fattori socioeconomici e culturali che incidono nella soggettività dell’individuo.

Possiamo essere d’accordo nel considerare gli individui e la società come sistemi dinamici, sottoposti a vincoli di varia natura e intensità, interni ed esterni, che ne influenzano di volta in volta lo stato di equilibrio.

I due livelli – individuale e sociale – si influenzano a vicenda: l’individuo viene condizionato da vincoli socioculturali e, a propria volta, dà forma alla società.

Le regole interpretative e di funzionamento utili per comprendere il livello individuale e di piccolo gruppo non sono sempre adatte quando l’indagine si sposta al livello di grandi raggruppamenti di individui.

Secondo Mignosi (2020) «lo sguardo psicologico (sulla soggettività) deve essere inscritto in un quadro strutturale e sovrastrutturale» (p. 22).

Accogliamo il suo suggerimento e adoperiamo «il paradigma dello strutturalismo costruttivista» di Bourdieu (1972; 1992).

«Un approccio che [tiene] conto sia delle strutture (e sovrastrutture), quali determinanti esterne al soggetto che s’impongono su di esso, orientandone i comportamenti, sia delle scaturigini soggettive a partire dalla quali è possibile costruire una conoscenza della realtà»
[…]
«La cultura e i suoi dispositivi (dai classici mezzi di produzione alle norme che ordinano i nostri modi di vivere) agiscono attraverso l’individuo e ne intenzionano la conoscenza»
[…]
«I rapporti di forza, gli strumenti attraverso i quali si realizzano, i principi culturali, costituiscono i vincoli nei quali si esprimono le soggettività» (Mignosi, 2020, p. 22).

«Forze sovraindividuali, non naturali, […] agiscono sistematicamente e costrittivamente sui soggetti» (p. 23).

Permeando cultura e società, per mezzo della famiglia e della scuola, i fattori socioeconomici agiscono direttamente sulla struttura identitaria stabile degli individui, determinando così la percezione della realtà interna ed esterna.

Si tratta di dispositivi mentali invisibili che tutti noi agiamo e che ci agiscono: un sistema di «schemi di percezione, di valutazione e di azione» (p. 34), che mediano il rapporto tra noi e il mondo e che sono fortemente influenzati dalla dimensione economica, sociale e culturale.

Tali schemi affettivi, cognitivi, comportamentali, preriflessivi e incarnati influiscono sugli elementi strutturali della personalità di tutti gli individui:

  • l’identificazione e la regolazione degli affetti;
  • la percezione della realtà interna ed esterna;
  • il sistema dei valori e delle motivazioni;
  • l’identità.

In che modo tali determinanti modellano la struttura psichica?

Il contesto socio-culturale agisce direttamente sul singolo individuo attraverso mass media, social network, scuola, famiglia e gruppo di pari.

Mass-media e social network, hanno oggi una potenza e invasività mai raggiunta prima, e sono in grado di condizionare gli individui in diversi modi:

  1. inducono specifiche emozioni (paura, insicurezza, sfiducia) nelle masse e nei singoli individui; etero-regolano l’emotività; tele-guidano l’identificazione, l’interpretazione e l’espressione delle emozioni;
  2. costruiscono rappresentazioni di realtà che sottopongono in maniera martellante agli spettatori/utenti;
  3. generano sistemi di valori;
  4. smantellano la struttura identitaria degli individui.

Anche la scuola è stata trasformata e disabilitata: non più sorgente di istruzione, cultura e identità ma, in sinergia con gli altri mezzi di influenzamento e di propaganda, essa opera ormai una spinta destrutturante nei confronti degli individui (Frezza, 2017).

Si realizza una potente pressione verso la disintegrazione dell’identità, l’insicurezza cronica, l’asocialità e la parcellizzazione delle relazioni, l’individualismo, il materialismo, il nichilismo, l’amoralità, il relativismo, il senso di vuoto soggettivo e spirituale.

Ne risulta uno stato di malessere psicologico dell’individuo e della collettività. Tale stato di sofferenza è indotto agendo sistematicamente sui bisogni umani fondamentali di:

  • sicurezza (fiducia in sé e negli altri);
  • relazioni (legami, attaccamento, amore);
  • spiritualità.

Soltanto un Uomo così decostruito può abitare la società consumista, poiché esso è:

  • infelice (ma non troppo), così cerca soddisfazione nel consumo di oggetti;
  • debole e insicuro, così non si ribella ma compra (possibilmente online);
  • impaurito, così è propenso ad eseguire gli ordini che provengono dall’alto;
  • iperspecializzato, tecnicistico, umanamente ignorante, così non si pone domande e non crea troppi problemi;
  • sfiduciato, individualista e competitivo, così non crea aggregazioni potenzialmente pericolose;
  • povero (ma non troppo), così non ha il tempo di studiare e la forza per contestare;
  • disilluso, disincantato, relativista, amorale, così si realizza soltanto nel proprio meschino impiego (inconsapevole di essere sfruttato).

Raccontando la deriva verso la normopatia sociopatica, Mignosi (2020) esplicita e approfondisce ulteriori descrizioni di questo fenomeno involutivo.

L’Autore riflette sulle dinamiche psicosociologiche che abbiamo sin qui brevemente delineato (è notevole, a mio parere, la parte in cui tratta della psicoterapia e della disposizione emotiva del terapeuta).

La lotta di classe

Le determinanti di ordine economico definiscono la cultura e la forma della società in cui viviamo. E quindi il sistema consumistico globalizzato incide profondamente sulla struttura di personalità degli individui.

Tali determinanti non sono naturali e tantomeno neutrali, e vengono manipolate secondo la volontà di chi ha sufficienti risorse per farlo.

Per procedere ulteriormente nel nostro ragionamento abbiamo bisogno di spiegare un concetto che oggi è forse passato in secondo piano, ma è essenziale per comprendere cosa ci sta accadendo: il conflitto tra classe dominante e classe lavoratrice.

Far parte di una classe sociale significa appartenere, volenti o nolenti, ad una comunità di destino, e subire tutte le conseguenze di tale appartenenza […] avere maggiori o minori possibilità di fruire di una quantità di […] beni materiali e immateriali, sufficienti a rendere la vita più gradevole e magari più lunga; disporre […] del potere di decidere il proprio destino.
(Gallino, 2012, p. 4)


Lotta di classe, «per chi non è soddisfatto del proprio destino […] significa mobilitarsi per tentare di migliorare, insieme con gli altri che si trovano nella medesima condizione, il proprio destino con diversi mezzi; o quanto meno, per evitare che esso peggiori» (p. 8).

Non siamo più testimoni di moltitudini di operai che marciano nelle piazze per reclamare i propri diritti, tuttavia masse di individui, accomunate da legittimi interessi comuni, continuano a lottare per ottenere maggiori benefici economici, politici e culturali.

Chi vuol esser miliardario?

Adesso semplificherò forse un po’ troppo, ma invito ad approfondire l’argomento ad esempio attraverso la lettura dei seguenti testi, che ho trovato molto chiari e comprensibili, e che ho ampiamente adoperato per la stesura di questo articolo:

  • Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, 2012;
  • Lidia Undiemi, La lotta di classe nel XXI secolo, 2021.

Oggi possiamo identificare due fronti contrapposti: la classe dominante e la classe dominata.

Ma che significa “dominante”?

Spiegarlo esattamente esula dall’intento di questo articolo, ma prometto di essere più preciso in una successiva occasione. Ci proverò con un piccolo escamotage che spero dia l’idea della sproporzione di risorse, e quindi di potere, tra ciascuno di noi e chi ha una disponibilità economica davvero enorme.

Una sera d’estate, durante una piacevole cena in casa di amici, ci siamo divertiti a commentare una notizia di gossip: un noto miliardario italiano aveva regalato alla sua giovane ex moglie una villa del valore di qualche milione di euro come “trattamento di fine rapporto”.

Dopo le solite inevitabili battute, ci siamo posti una domanda: rispetto al patrimonio del miliardario, qual è il “peso relativo” della villa che aveva regalato alla ex?

Allora abbiamo fatto una semplice proporzione. Supponendo che il patrimonio del miliardario ammontasse esattamente a un miliardo di euro (in realtà è molto di più) e che il valore della villa fosse un milione di euro, il miliardario ha fatto un regalo alla ex pari a un millesimo del proprio patrimonio: lo 0,1 per cento.

Adesso viene il bello… facciamo finta che il nostro patrimonio totale sia di centomila euro (a questo punto forse alcuni sorrideranno). Un millesimo di 100.000 fa 100. Quindi è come se, nella stessa situazione, noi avessimo elargito al nostro ex partner, 100 miseri euro di “buonuscita”!?

Non so se mi spiego.

Ma andiamo avanti: mettiamo che la casa più tutto quello che possediamo valga 300.000 euro; rispetto a chi possiede tre miliardi di euro (3.000.000.000 euro, comunque molto meno del magnate di cui sopra) ci sono quattro zeri di differenza.

Vogliamo sentirci miliardari? Togliamo quattro zeri al prezzo di qualsiasi bene per capire l’impegno economico necessario per acquistare le stesse cose che desideriamo oggi, se fossimo davvero così facoltosi.

I miliardari comprano una villa del valore di un milione di euro (1.000.000 ) con la stessa disinvoltura con la quale noi compriamo un paio di scarpe neanche troppo costose (100 euro).

Ci si può divertire a fare le proporzioni, ma dopo un po’ l’esercizio diventa avvilente: immaginiamo infatti di andare a lavorare, nel nostro studio privato, per un centesimo l’ora. Tanto pesa per un miliardario un’ora ben pagata del nostro tempo lavorativo: un decimillesimo di 100 euro corrisponde a un centesimo.

Abbiamo idea di quanti siano i miliardari nel mondo? E di quante centinaia, o migliaia di miliardi possiedono le singole famiglie più ricche del mondo?

Questa è la classe dominante.

Tutti noi siamo i dominati.

Dalla nostra abbiamo la numerosità del gruppo: qualche miliardo contro qualche migliaio (e qui “ballano” ben sei zeri di distanza!). Ma ahinoi! anche in questo caso non c’è da festeggiare, perché è molto più difficile che sette miliardi di persone si diano un’organizzazione comune, rispetto a qualche migliaio.

Tuttavia, a volte la storia ci riserva anche delle soddisfazioni.

Un’anomalia della storia?

Dopo gli eventi della prima metà del Novecento e in seguito all’esito della Seconda Guerra Mondiale, il baricentro del conflitto di classe si è spostato leggermente in favore dei lavoratori dipendenti, del popolo, a scapito della minoranza in possesso di ingenti mezzi economici e potere.

Decine di milioni di persone hanno trovato per la prima volta nella storia un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita […] si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. […] si sono estesi […] i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario.
(Gallino, 2012, p. 10)


In Italia sono stati gli anni del boom economico: un aumento generalizzato del benessere di tutti i cittadini prodotto, tra l’altro, dall’aumento dei salari. 

Lo Stato si è fatto carico di servizi essenziali ampliando il sistema pubblico di protezione sociale.

È stato un periodo molto favorevole, durato trenta o quaranta anni, anche grazie a eccezionali contingenze internazionali.

Le classi dominanti sono state […] indotte a cedere una porzione dei loro privilegi, tutto sommato limitata […] ciò ha voluto dire una riduzione del potere di cui godevano, dovuta in parte alle lotte dei lavoratori, in parte al convincimento che fosse meglio andare in quella direzione affinché l’ombra ad Oriente non esercitasse troppa influenza nel contesto politico occidentale (p. 11).


Dagli anni ’70 e ’80 del Novecento, anche a causa dei mutamenti geopolitici (tra i principali lo sfaldamento del blocco sovietico), il capitale ha inteso recuperare la precedente egemonia, e oggi la lotta di classe prosegue sempre più drammaticamente a nostro sfavore.

Ciò è avvenuto anche grazie a due potentissimi strumenti:

  • la globalizzazione
  • la finanziarizzazione dell’economia (cioè la possibilità di fare soldi coi soldi).

La controffensiva capitalistica utilizza numerose strategie per attaccare i diritti dei lavoratori e le protezioni statali per le fasce più deboli. La più importante prevede la colonizzazione delle istituzioni, in modo da garantire politiche in favore delle classi dominanti.

Dal secondo dopoguerra abbiamo assistito alla proliferazione di enti nazionali e sovranazionali preposti alla disciplina dei mercati e delle relazioni sociali sottostanti, e quindi alla creazione di un complesso e corposo sistema di regole volto a predeterminare rigidamente le relazioni sociali secondo precisi obiettivi politici favorevoli al capitale.
(Undiemi, 2021, p. 312)


«Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte»
[…]
«In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente»
[…]
«Questa lotta viene condotta dalle classi dominanti dei diversi paesi, le quali costituiscono ormai per vari aspetti un’unica classe globale. Rientrano in essa i proprietari di grandi patrimoni, i top manager, […] i politici di primo piano che spesso hanno rapporti stretti con la classe economicamente dominante, i grandi proprietari terrieri…» (Gallino, 2012, p. 11-12).

Oggi la classe capitalistica si è ampliata e ha acquisito una struttura transnazionale. E il potere che è in grado di gestire è incomparabilmente più importante di quello dei loro antenati di fine Ottocento.

Tra le strategie di lotta di classe dall’alto annoveriamo le politiche di austerità (la limitazione dei consumi privati e delle spese pubbliche), imposte al nostro Paese soprattutto a partire dal 2011 (Governo Monti).

Tali scelte politiche vanno contro gli interessi della maggioranza dei cittadini: l’austerità crea disoccupazione, per cui si riduce il costo del lavoro e in breve tempo si determina la riduzione del reddito di tutti.

Da almeno trent’anni la classe media si assottiglia sempre più mentre la massa di indigenti lievita, come lo scontento generale. Ma così aumenta il pericolo che tale malcontento produca un’azione di rivolta generalizzata.

Quindi, affinché questa condizione non degeneri, la minoranza al potere deve agire su almeno due fronti: espandere la propaganda e comprimere la democrazia.

E siamo arrivati all’oggi, alle questioni di cui abbiamo discusso e alle azioni infami che tanti di noi hanno subìto (ma grazie alle quali ci siamo finalmente mobilitati): la classe dominante ha bisogno di indurre una repressione generalizzata, in maniera opaca e dissimulata, così che possa essere tollerata dalla massa disinformata e inconsapevole.

Adoperando questa cornice interpretativa, sarà più semplice identificare l’intento repressivo di certe decisioni di governo. Ce ne occuperemo certamente nei prossimi articoli.

Adesso, per tornare alla questione con cui abbiamo dato inizio al nostro ragionamento, la mia proposta è: continuiamo a studiare le motivazioni esatte che stanno alla base delle decisioni politiche attuali. Perché soltanto se abbiamo alle spalle una conoscenza razionale dei fatti possiamo elaborare obiezioni inappuntabili e strategie di contrasto efficaci.

Nel paragrafo successivo proverò a declinare le più adatte a noi psicologi come categoria professionale.

Intanto, a questo punto, spero di aver chiarito che TUTTI NOI siamo #dallastessaparte della barricata.

Cosa possiamo fare?

L’intera struttura ordinaria della quotidianità, quella che si da per scontata, non è affatto scontata. È un dispositivo globaritarista.
Non sarà un buon genitore/educatore/formatore a rivoltare il piano della quotidianità per renderne visibile la sua intenzionale arbitrarietà, perché egli opera nel sistema che vorrebbe mettere in discussione. I processi di trasformazione che intende promuovere nelle nuove generazioni, con enorme difficoltà potranno svolgersi nel corso di una singola vita. È molto più probabile che debbano trascorrere numerose generazioni affinché cambi la visione del mondo; il territorio su cui ci muoviamo non è più quello psicologico-sociale, ma quello antropologico-culturale. È necessario cioè che si addensi un sentimento, e con esso una coscienza capace di aggregare gruppi con una forza propositrice intelligente e crescente.
(Mignosi, 2020, pp. 81-82)


Occultandosi dietro al paravento di una democrazia virtuale, la classe dominante ha la garanzia di proteggersi dal conflitto verticale e garantire a se stessa un futuro meno problematico.

Il progetto viene realizzato anche grazie al tradimento di una parte dei rappresentanti dei corpi intermedi (partiti politici, sindacati, associazioni, ordini professionali) e la de-politicizzazione della società (che ingenera un conflitto “orizzontale” tra gruppi appartenenti alla medesima classe dei dominati).

Abbiamo mostrato che l’attuale sistema economico capitalistico, finanziarizzato e globalizzato sopravvive soltanto se l’uomo che lo abita rimane debole.

Perché ciò si realizzi, vengono attivamente minate le fondamenta della struttura psicologica degli individui.

Se quello che avete letto finora vi sembra fondato e ragionevole, dobbiamo essere coerenti e trarne la logica conseguenza: anche la nostra identità – personale e professionale – è rimasta deformata dal dispositivo culturale che ci opprime.

Abbiamo interiorizzato il sistema di valori del nostro oppressore, e lo replichiamo inconsapevolmente.

Se non estirpiamo dal nostro codice interno il paradigma neocapitalista, rischiamo di combattere nel campo scelto dall’avversario, e con gli strumenti da esso predisposti.

Di conseguenza, il primo passo è decontaminare il nostro sistema di valori attraverso un processo di decondizionamento e autoformazione.

Per far ciò dobbiamo mobilitare tutte le risorse affettive che abbiamo a disposizione, dentro e attorno a noi. L’emotività che abbiamo temporaneamente accantonato per avviare l’analisi rigorosa degli eventi, la recuperiamo adesso per sostenere una solida volontà.

La disciplina interiore sarà necessaria per riconquistare il tempo di vita offline, contenere le relazioni virtuali e favorire gli incontri reali, in carne e ossa. Riguardo a questi due punti dobbiamo tutti fare un sincero e profondo esame di coscienza.

La rivoluzione interiore (Guzzi, 2019) può avvenire soltanto se gli individui sono collegati tra loro attraverso legami profondi. E noi psicologi abbiamo le competenze per contribuire a consolidare uno spirito di gruppo e di comunità autenticamente solidale.

Sarà necessario assumere la piena responsabilità del proprio operato: dobbiamo accantonare l’atteggiamento lamentoso che non serve a nulla, se non a dare a noi stessi l’illusione di non accettare le oppressioni, senza però ribellarci veramente (Scardovelli, 2000).

Probabilmente quello che sto per scrivere adesso non risulterà facile da accettare, ma ritengo che dobbiamo mettere da parte l’atteggiamento ostile nei confronti di chi ha inconsapevolmente agito da elemento di trasmissione del sistema oppressivo: è necessario disinnescare il conflitto orizzontale tra appartenenti alla stessa classe sociale per tentare di coinvolgere anche chi non ha ancora compreso le dinamiche repressive in cui siamo immersi, forse perché finora non è stato colpito duramente in prima persona.

Ma perché ciò possa avvenire, bisogna recuperare uno stato d’animo positivo, benevolo ed equilibrato. 

In fondo, se ci riflettiamo a mente serena, dobbiamo anche ammettere che ‘non è vero che tutto va peggio’, come recita il titolo di un libro da leggere per rilanciare l’impegno a proseguire il percorso secolare di progressivo, anche se non lineare, miglioramento delle nostre condizioni di vita (Dotti, Fo, 2008).

Dopo aver risolto le ‘passioni tristi’ di cui siamo intrisi (Benasayag e Schmit, 2004), potremo ricomporre insieme un sistema affettivo-motivazionale risanato.

Dobbiamo essere fisicamente e mentalmente attrezzati per la lotta: recuperare la fiducia in noi stessi, la salute, la determinazione; ricostruire relazioni sane; coltivare l’ottimismo e una visione del mondo che non escluda la dimensione trascendente dell’esistenza.

Nell’idea di partecipazione individuale a scelte collettive che hanno poi ricadute su tutti e su ciascuno è insita la speranza in un mutamento tangibile, una innovazione della società e del mondo che renda un po’ più liberi, più padroni del proprio destino, che avvii verso qualche forma di emancipazione.
(Gallino, 2012, p. 209)


La nostra associazione #dallastessaparte realizza gruppi di sostegno per ristabilire la fisiologica gratificazione dei bisogni fondamentali di sicurezza (fiducia in sé e negli altri), relazioni (legami, attaccamento, amore) e spiritualità.

Si aggiungono i gruppi di consapevolezza personale e politica, che definiscono il vero campo di battaglia: in primo luogo dentro ciascuno di noi (identità e cultura) e poi, di conseguenza, sociale.

Il sostegno da parte del gruppo e della comunità è necessario anche perché in un futuro non troppo distante, giungeranno momenti ancora più impegnativi. Già oggi non è più garantito ciò che per i nostri genitori era relativamente assodato: ad esempio la stabilità lavorativa, l’assistenza medica di base gratuita e una pensione dignitosa.

Costruire una rete di comunità, ricreare una rete di relazioni autentiche, cooperative e solidaristiche, ridurrà il rischio di entrare in grave sofferenza quando verranno ulteriormente ridotti i margini di protezione sociale e la disponibilità di beni materiali.

Un progetto a lungo termine

Dovremo essere capaci di agire anche su un piano temporale molto più esteso della nostra singola esistenza: il nostro impegno sarà intergenerazionale.

Dovranno trascorrere molti decenni, prima che il germe di una matrice relazionalmente fertile potrà attecchire, soprattutto in considerazione della scala globale sulla quale queste dinamiche antropopsichiche si dispiegano.
(Mignosi, 2020, p. 82)


La Scuola è uno dei centri più incisivi di condizionamento e coloro che vi lavorano hanno un compito particolarmente importante (a tal proposito consiglio la lettura del libro MalaScuola di Elisabetta Frezza).
In questa direzione, l’associazione #dallastessaparte ha strutturato al proprio interno uno specifico gruppo di lavoro.

Incentiviamo la ricerca e l’evoluzione psicologica e spirituale.

Continuiamo ad approfondire le dinamiche psicosociologiche conseguenti alla lotta di classe e informare i colleghi.

Bisogna agire sui fattori che tendono a disincentivare l’azione politica.

Rifiutiamo la narrazione della politica ladra, della “casta” e riattiviamo la partecipazione dei cittadini all’interno delle istituzioni che, seppur sfibrate, esistono ancora.

Difendiamo gli strumenti della democrazia: lavoriamo affinché si ristabilisca la conflittualità fisiologica tra raggruppamenti di individui con interessi legittimamente contrapposti.

La conflittualità non è superabile in un sistema democratico
(Undiemi, 2021, p. 345)


«Garantire la conflittualità significa infatti assicurare anche la sopravvivenza dei sistemi democratici: l’alternativa è il pensiero unico, che è l’antitesi del pluralismo. L’antagonismo pertanto […] consente di calibrare interessi contrapposti, e quindi di mantenere un equilibrio costituzionalmente sostenibile» (Undiemi, 2021, p. 307).

«La politica, in fondo, è un processo volto a distribuire tra i cittadini diritti sociali e risorse materiali e immateriali. I governi tecnici degli ultimi anni si sono adoperati in genere per far sì che diritti sociali e risorse siano per quanto possibile spostati sempre più dal basso della piramide sociale verso l’alto» (Gallino, 2012, p. 199).

Ripopoliamo, dunque, gli organi intermedi: sindacati, partiti, associazioni, ordini professionali devono tornare a rappresentare con forza le istanze dei cittadini ai livelli politici più alti, per consentire una più equa distribuzione della ricchezza e del benessere.

***

  • Benasayag M., Schmit G., L’epoca delle passioni tristi, 2004.
  • Bourdieu P., Per una teoria della pratica: con tre studi di etnologia cabila, 1972 (tr. it. 2003).
  • Bourdieu P., Risposte: per un’antropologia riflessiva, 1992.
  • Dotti M., Fo J., Non è vero che tutto va peggio! Come e perché il mondo continua a migliorare anche se non sembra, 2008.
  • Frezza E., MalaScuola, 2017.
  • Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, 2012.
  • Guzzi M., Alla ricerca del continente della gioia, 2019.
  • Mignosi G.G., Lo spietato repertorio della contemporaneità. Verso una normopatia sociopatica, 20.
  • Scardovelli M., Subpersonalità e crescita dell’Io, 2000.
  • Undiemi L., La lotta di classe nel XXI secolo, 2021.
AttualitàPolitiche professionali

Memorie dal lockdown. Questioni aperte per una pratica plurale.

Roberta Campo ripercorre i principali accadimenti degli ultimi anni e, con acume e competenza, ci aiuta a riflettere sulle gravi conseguenze psicosociali delle politiche di contenimento del virus.

Questo articolo rappresenta l’ulteriore sviluppo del documento presentato all’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia durante l’interlocuzione avvenuta lo scorso 21 giugno 2022.

In esso trovano spazio molti dei temi cari ai membri dell’Associazione #dallastessaparte, fra tutti evidenziamo il valore del gruppo come primo incubatore del pensiero critico sulla società.

È un commento molto profondo, cui vi invitiamo a dedicare il giusto tempo.

Buona lettura!


“Qualcosa è cambiato” in questi ultimi anni, e molti sono gli interrogativi che attraversano il mondo delle professioni, non ultimo quello della psicologia. O forse qualcosa era cambiato da tempo, e questi ultimi anni passati tra lockdown, chiusure e obblighi ci stanno solo consentendo di visualizzare con più chiarezza alcune questioni.

Non ho grandi conclusioni da mettere sul piatto, ma ho molte domande aperte sulle quali mi sono confrontata in questi anni e mi continuo a confrontare, insieme a colleghi disposti a farlo.

Ritengo che il nuovo coronavirus abbia semplicemente fatto emergere in figura tutta una serie di questioni, di assunti che ci hanno accompagnato anche durante i cosiddetti anni “prepandemici”.

L’ “emergenza pandemica” ci ha colti tutti più o meno alla sprovvista e molto si è agitato dentro di me e attorno a me: ciò che mi ha maggiormente sostenuto è stata la possibilità di pensare dentro i gruppi, anche se virtuali (spesso gli unici che in alcuni casi è stato concesso abitare per molto tempo); luoghi dove potersi confrontare, dove poter riflettere su come continuare a essere d’aiuto e di sostegno in “stato di emergenza”, su come rispondere alle angosce dei pazienti, dove poter essere di aiuto a noi stessi; luoghi, inoltre, dove poter fare ancora critica sociale. Eravamo tutti accomunati dal desiderio di metterci pensiero insieme. Il sostegno e nutrimento avuto da questi attraversamenti è stato di un valore inestimabile e probabilmente, rispetto allo sconvolgimento personale e sociale, non sarei riuscita a farci un pensiero senza un confronto vivo e attivo con i colleghi.

All’inizio del primo lockdown il mondo sembrava essersi fermato bruscamente: i canti intonati dai balconi si alternavano solo con la voce dei giornalisti che aggiornavano sui numeri delle vittime. Apparentemente null’altro sembrava accadere. Al coro intonato delle famiglie resilienti, infatti, si contrapponeva il silenzio dei bambini, l’isolamento degli anziani privati degli affetti, le morti in solitudine, i lutti negati…

Il lockdown, che in un primo momenti è stato accolto con sollievo da tanti, mostrava subito una parte francamente problematica, di cui però in pochi sembravano volersi fare carico.

Nei mesi successi, la spaccatura tra le persone si è andata allargando, e la polarizzazione dei punti di vista è diventata una costante della maggior parte dei confronti pubblici e privati: ciò che inizialmente sembrava essere un coro unico, non lo era più, e le persone divergevano tra loro non solo sulle strategie da adottare, ma anche sulle letture necessarie per affrontare la situazione.

Tutti ricorderemo le domande che hanno caratterizzato la primavera del 2020: i runner sono persone con una spiccata tendenza all’antisocialità o sono persone normali che testimoniano un diritto altro alla salute? I droni sono fondamentali per la sicurezza pubblica e privata, o al contrario sono una forma di controllo sociale? Immuni è usata solo da persone capaci di adottare un comportamento altruistico e dotate di un alto codice morale, o il comportamento morale caratterizza anche coloro che scelgono di non scaricare l’app?

Ciò che mi colpiva, in quei primi mesi, era la presenza di un sentimento apparentemente inaspettato all’interno di quella comunità che solo pochi giorni prima aveva dipinto arcobaleni sulle lenzuola: il risentimento.

Il risentimento sembrava avere preso in ostaggio il legame sociale e gli affetti: il corpo unico, solidale, capace di intonare inni rassicuranti, lasciava il posto a un corpo diviso, disarticolato, all’interno del quale ci si andava scoprendo profondamente diversi.

Scoprirci diversi ha spaventato molti, probabilmente perché la diversità è stata vista come l’ostacolo che non permetteva di aderire a comportamenti virtuosi, altruistici e compatti: sì, bisognava essere compatti! Ognuno di noi potenzialmente, con il proprio sentire e agire autonomo (non necessariamente irresponsabile) poteva mettere a repentaglio gli sforzi comuni profusi per uscire dalla “emergenza”.

Probabilmente per questo i comportamenti e i pensieri difformi provocavano risentimento: si ritenevano alcuni più responsabili di altri nel mantenimento di una condizione, in questo caso lo stato di emergenza sanitaria; nessuno si sentiva più al sicuro davanti alle strategie adottate e rappresentate dall’Altro.

Abbiamo, quindi, iniziato a scoprirci diversi: ognuno di noi, con il proprio agire, stava raccontando le proprie soluzioni per navigare o restare sospesi, dichiarava i propri valori e, perché no, le proprie ideologie.

Per la prima volta ci sembrava di parlare linguaggi diversi. Nei mesi precedenti l’inizio dell’ ”emergenza pandemica” non avevamo mai sperimentato questo tipo di inquietudine: quando si affrontavano argomenti quali la salute, i valori, i principi di riferimento di una società, il concetto di libertà si aveva, bene o male, la sensazione di avere tutti la stessa cosa in mente; cambia poco ma, insomma! la definizione di salute è quella, così come quella di bene comune o di libertà; nulla ci ha mai fatto sospettare che potevamo anche avere in mente delle cose molto diverse tra loro, nonostante l’apparente omogeneità. Credo che in quei primi mesi abbiamo perso una delle occasioni per iniziare a disambiguare le parole, e comprendere come dentro parole solo foneticamente uguali si possano nascondere significati molto diversi.

Questa inquietudine attraversava molte delle relazioni amicali, ma anche le relazioni con i colleghi. Cambiava qualche accenno più teorico a sostegno di una tesi o dell’altra, ma la sostanza rimaneva quella: non ci capivamo e, forse, ci si sentiva anche un po’ traditi nella misura in cui ci si andava scoprendo (nella relazione con sé e con l’altro) diversi da come ognuno aveva pensato di essere.

E intanto non si parlava più, si litigava. Le questioni principalmente in ballo riguardavano il che cosa si intendesse per salute, libertà, bene comune, collettività, individualismo, quasi alla ricerca di definizioni uniche, astoriche e assolute: non potendole vedere come il frutto di una negoziazione culturale durata secoli, si è negato il profondo legame tra queste “definizioni” e il sistema di valori personali e di gruppo, e con aspetti identitari più profondi.

Quello che però mi turbava era la sensazione che alcuni discorsi fossero più legittimati di altri perché dichiarati da una posizione di autorità. In ballo, però, non vi era solo il rapporto che ognuno di noi intrattiene con l’autorità, ma la stessa relazione tra autorità e verità

La situazione ha preso una strada decisamente grottesca quando sono stati immessi sul mercato i primi “vaccini”; qualcosa è ulteriormente cambiato, i toni sono divenuti più aspri, sempre più violenti; qualcosa è cambiato, purtroppo in peggio, e probabilmente anche i diversi gruppi professionali sono stati attraversati dalle stesse scissioni che hanno attraversato lo spazio sociale più ampio.

Perché qualcuno, inspiegabilmente, si sentiva più vicino al Vero rispetto ad altri?

Forse perché l’essere personalmente risolto, razionale si è imposto, in questi ultimi anni, come una categoria del Vero. Anche nel caso dei cosiddetti vaccini si è probabilmente riproposta la questione dell’essere risolti.

L’implicito è che chi è risolto è riuscito a neutralizzare il dato soggettivo, e può quindi assolvere sufficientemente bene il principio di autorità: chi è risolto è razionale e scientifico, non è vittima di pregiudizi e superstizioni, e quindi può essere espressione del Vero. 

Nell’immaginario collettivo, però, è la scienza a essere vista come quella che meglio riesce a garantire la possibilità di neutralizzare il dato soggettivo distorcente, proiettivo, scissionale… L’essere risolto, quindi, sembra divenire sinonimo di scienza: il pensiero scientifico è l’unico che garantisce lucidità, scelte sagge e legate al bene collettivo.

Come se, l’essere risolti, non avere questioni in sospeso e non avere turbamenti garantisca a priori il mantenimento di quell’atteggiamento lucido e coraggioso necessario nell’attuale società.

Così la delegittimazione di alcuni discorsi avviene in nome della scienza che è l’unica di fatto a permettere, con il suo sviluppo, sempre maggiore gradi di civiltà e di civilizzazione (pensiamo a tutta la retorica sul bene comune). Tutti coloro che parlano a nome proprio sono egoisti, creduloni, superstiziosi, comunque problematici. Ma il rapporto che ognuno ha con la verità non può essere mediato dalla scienza.

I pensieri divergenti, le voci critiche sulla gestione della pandemia e sulla deroga al principio di precauzione scientifico in tema di sperimentazione, le riflessioni sul ruolo della scienza all’interno della nostra società sono state messe fuori dallo spazio democratico (“chi non è d’accordo si accomodi fuori”) perché in contrasto con una qualsiasi forma di deontologia scientifica.

La negazione del dato soggettivo e la questione deontologica si erano già incontrate in questi anni, ma con la vicenda vaccinale esse sembrano stringere un vero e proprio sodalizio.

La pandemia o qualsiasi altra situazione emergenziale, scientificamente e tecnicamente definita, può essere gestita solo da voci esperte, autorevoli, scientifiche e quindi vere. Gli esperti, così come gli scienziati, avendo neutralizzato quella distorsione soggettiva che falsifica il pensiero, sanno cosa fare, e lo fanno bene e per il bene. In altre parole, la scienza (esatta) risolve il problema della verità.

Ma che spazio ha ancora la visione politica e sociale all’interno di una società tecnocratica? che spazio di libertà hanno ancora i cittadini nel decidere quali modalità li aiutano a vivere e pensare una determinata situazione, anche sostenendo l’arbitrio della propria posizione. Davvero questo deve essere monopolio dello Stato? 

Mi è stato più volte ripetuto che “non abbiamo le competenze per capire”. Ma è davvero così? E anche se fosse, cosa ci impedisce di iniziare a costruire tali competenze per capirne di più? quando abbiamo smesso di occuparci del nostro spazio politico e sociale delegando agli esperti qualsiasi decisione su di noi?

Il prezzo di questa gestione è stato per certi versi inevitabile: le soluzioni tecnico-scientifiche non hanno per nulla aiutato le persone a non soffrire, a non avere paura, a non impazzirci, a non nutrire risentimento per il proprio caro, anzi hanno aumentato il disagio e amplificato gli spazi del malessere.

Davvero avremmo dovuto solo adattarci alla nuova normalità? Ma poi, a cosa dovevamo adattarci: al distanziamento sociale? a una nuova visione dei rapporti sociali? a una nuova visione del mondo?

Si iniziava a parlare di una nuova normalità, come se adattarsi fosse questione di tempo, ma alla fine ci saremmo abituati tutti a questa nuova modalità di stare al mondo. E forse l’accettazione non troppo problematica del green pass ci dice quanto questo modello sia entrato dentro di noi. La gestione tecnico-scientifica ha mortificato i movimenti soggettivanti di gruppi e di persone, aumentando le richieste di aiuto nei confronti dei professionisti. 

Agli psicologi è stato chiesto di sostenere la campagna vaccinale, cercando di lavorare affinché i pazienti potessero maturare da soli la scelta di vaccinarsi liberamente. Qualcuno davanti a questa proposta ha sussultato, qualcuno no.

Con la pandemia la realtà è entrata nel setting; non solo perché professionista e cliente sono stati accomunati dalle stesse angosce sociali, ma anche e soprattutto perché, in maniera eccedente, la politica è entrata nel setting, definendo gli obiettivi di lavoro di una relazione, ma anche la legittimità di alcune relazioni. Come mai non ci siamo chiesti cosa significasse questa intrusione dello Stato nei setting terapeutici? di cosa parla? Forse, se ci fossimo posti prima queste domande, alcune terapie non si sarebbero interrotte (sono tante le esperienze di pazienti che hanno interrotto il proprio percorso sentendo che il terapeuta voleva utilizzare il proprio potere per convincerle alla vaccinazione).

Da quando devo convincere il paziente a fare qualcosa perché io so cosa è giusto per lui? La risposta di tanti sarebbe sicuramente “lo dobbiamo fare per il bene della comunità”, ma anche in questo caso, credo che sarebbe utile disarticolare e disambiguare gli impliciti sottostanti a certe affermazioni. Cosa è il bene della comunità? qual è il bene dell’individuo? cosa significa bene? e salute? il bene collettivo è realmente un bene plurimo e plurale? in che modo individuo e pluralità si incontrano, e fino a che punto il bene individuale deve dissolversi nel bene collettivo? l’epistemologia del mentale è sovrapponibile tout court alle epistemologie scientifiche?

Ritengo sempre molto rischioso per i professionisti del mentale abbandonare l’impegno alla costruzione di mappe cognitive flessibili, capaci di ampliare lo sguardo; al contrario, i perimetri ristretti dei saperi monolitici, lo sappiamo bene, se da un lato sono rassicuranti, dall’altro ergono muri invalicabili tra le persone.

Davvero possiamo chiedere soltanto alla scienza, alla norma, alla standardizzazione la soluzione a problemi che hanno a che fare con la convivenza, la pluralità e l’umano? come tornare a rendere tali questioni centrali per la convivenza?

Sono domande che chiamano in causa una deontologia plurale per una psicologia del soggetto plurale.

Il progetto #dallastessaparte parte proprio da questa prospettiva che diventa bussola per l’incontro con l’Altro.

Così si legge nella nostra Carta Costituente:

Se restiamo immobili, se le regole e le norme diventano il fine per cui operiamo, e non uno degli strumenti che ci permettono di realizzare il nostro lavoro, rischiamo di diventare automi, meri esecutori di direttive senza più senso. Siamo professionisti della salute e operiamo in autonomia: accogliamo le richieste senza alcuna discriminazione, nel rispetto dei principi costituzionali e deontologici. Come professionisti della salute mentale, abbiamo gli strumenti per guardare alla complessità delle relazioni d’aiuto. Ma è soprattutto un vincolo morale e deontologico che ci spinge a mantenere sempre la possibilità sospendere l’azione per ragionare. Porsi domande è parte integrante del nostro lavoro: mai fermarsi all’idea che ciò che appare già normato, corrisponda invariabilmente al giusto.


È di questo che, come psicologi, dovremmo tornare ad occuparci: come ridare parole all’impensabile, accettare l’imprevedibile e imparare ad attraversarlo nel pieno rispetto delle singolarità plurime che attraversano lo spazio sociale.

Attualità

È solo un Circo

Il nostro collega Paolo Anile è un artista, e un romantico. Quindi riesce a estendersi con disinvoltura fino al registro della musica, del sogno, della poesia.

Durante i nostri incontri parla meno degli altri perché, più di altri, è presente nel silenzio.

La sua delicata sensibilità arricchisce le nostre discussioni in quanto ci spinge a convibrare lungo lo spettro delle frequenze non udibili, dentro le fibre del pensiero simbolico non verbale.

Paolo è il nostro rimedio contro le cogitazioni ebeti e prepotenti, un portentoso antidoto contro le rigidità di un pensare concreto come blocchi di cemento armato.

Quando gli abbiamo chiesto un contributo per il nostro Scrittoio, ci ha consegnato questo breve racconto.

Buona lettura!


In questo periodo della mia vita mi succede di ragionare sulla verità con più frequenza del solito. Non sto parlando della Verità, quella con la V maiuscola che non attiene alle cose terrene, ma alla verità semplice dei fatti comuni e condivisibili a un livello elementare, come può essere una tazzina di porcellana, una pietra, un numero. Tuttavia, non mi è chiaro se la verità, a questo livello tangibile, faccia tanta fatica ad uscire oppure esca con fin troppa facilità dalle bocche o da altri orifizi; ed allora, forse, l’unico modo per cavarsela e sopravvivere è quello di parlare di se stessi, arrogandosene il pieno diritto. Così, penso a me, e mi chiedo come sto e come ho vissuto questi ultimi anni della mia vita. Mi rispondo subito: come un funambolo, colui che sta sospeso tra due mondi, quello di sopra e quello di sotto, ma che è anche sospeso tra due metà, la sinistra e la destra sotto di lui. A questo punto, squarciato o quasi in quattro quarti come sono, l’esistenza rasenta la sopravvivenza e richiede una rivoluzione interiore per niente facile. È richiesta una centratura talmente intensa da sembrare quasi impossibile da immaginare, considerando che il mio corpo è tirato da quattro fili invisibili tesi in direzioni opposte verso i quattro punti cardinali.

Se mai, a causa del panico, avessi l’istinto di restare immobile so che perirei, crollando giù, perché l’equilibrio sulla corda richiede un movimento oscillatorio continuo, come un pendolo, mentre la stasi corrisponderebbe alla morte. Se mai fossi tentato di tornare al punto di partenza dovrei guardare indietro e perderei l’equilibrio, come lo perderei se guardassi avanti in cerca di una ipotetica meta. Passato e futuro sono diventate parole senza senso.

Sotto di me, ma è solo il mio inevitabile punto di vista, non vedo altro che una corda che separa due mondi, in modo talmente netto che sembrano tagliati con un coltello da cucina in due metà. Due parti asciutte e autosufficienti. Per trovare l’equilibrio, anche il mio corpo fa affidamento sulle sue due metà, le mie gambe ne sono l’espressione. A questo punto, non rimane che immaginarmi dentro un circo. Sospeso sulla corda dall’alto mi sembra di scorgere in basso alla mia destra un’umanità immobile, che desidera forse inconsciamente la mia morte per provare un po’ quel brivido e quelle emozioni dimenticate. È un’umanità seduta ordinata, in fila, in silenzio, vestita di grigio, il naso tappato e la bocca pure, per non sentire i naturali odori del circo, per non sentire. Alla mia sinistra vedo frotte di bambini e anche qualche adulto che, con più naturalezza, urla in una apparente dissonanza generale che ha una impercettibile sintonia con i miei passi. Ma anche questo è solo il mio inevitabile punto di vista. Sopra questo pubblico decido, con la mia immaginazione, di scendere per terra, per osservare più da vicino questa umanità dissociata.

Ecco il mondo come mi appare: un mondo fratturato in due pezzi, una dualità in un nitido bianco e nero, strappata e rotta in modo apparentemente insanabile. Del resto ce lo aveva già insegnato Cartesio, con uno sguardo imperfetto che è stato esaltato per anni dalla scienza, che la realtà è doppia: o sei giusto o sei sbagliato, o vai a destra o vai a sinistra, o qua o là, o vivo o morto. La realtà è solo a due piani e, quindi, scordiamoci pure le altezze. Per fare ordine bisogna incasellare, definire, creare contorni netti, spingere a fatica una qualsiasi entità dentro un contenitore preesistente. Esiste solo A o Z, non perdiamoci in confusionarie combinazioni di lettere. Esiste solo la Verità o la Menzogna, dicono. La poesia come le passioni, rispetto a tutto questo, è roba da serie B. La libertà non sarebbe altro che un obbligo risoluto a scegliere tra coppie di parole doppie inventate da chissà chi, come lanciare in aria un dado a due facce.

Decido di uscire dal circo, ma sempre con la mia immaginazione, però non vedo nessun tendone da cui tirarmi fuori. Mi infilo dentro questa umanità che sembra non accorgersi di me, giro strisciando tra i corpi, tra gli sbadigli e gli umori del pubblico e ho l’impressione di trovarmi sempre nello stesso punto. Non ci vorrà molto tempo o molta strada per capire che il circo non esiste o forse che tutto il mondo è un circo. Oppure mi ritrovo in un circo dentro un altro circo gigantesco. Tutta la realtà diventa sempre più simile ad un immenso teatro, dove però non si recita più a soggetto, quelli sono tempi passati. Ci sarà pure un regista con cui poter parlare e chiedergli un po’ di cose, ma sembra che lui sia scomparso, immagino si fidi troppo di noi.

Avanzo a fatica in quella folla, stretto tra due cordoni che mi fanno da corridoio e adesso pare a me di tagliare, come fossi io stesso un coltello da cucina, quell’umanità in due grosse fette. Mi manca sempre più l’aria perché non riesco a respirare liberamente. Si stava meglio in aria, penso, sospeso tra la vita e la morte, tra le possibili cadute e quelle altezze che danno le vertigini.

Eppure, non riesco a comprendere il perché di quella separazione tra le persone. Esiste una divisione così rigorosa che mi fa dimenticare l’esistenza del caos. Sembra che l’umanità intera sia stata deportata dentro due recinti impermeabili da cui non vogliono più uscire, e le due parti si guardano l’un l’altra con diffidenza, a volte con invidia o stupore. Penso che si guardano allo specchio senza riconoscere che chi sta di fronte è una parte di sé.

Stretto e solo in questo corridoio, faccio un grande sforzo per mantenere la giusta direzione perché mi sento tirato ad ogni passo da una parte o dall’altra. Ad ogni respiro sento una mano che mi afferra per la giacca, poi per la gola o le caviglie. Ancora una volta mi sento strattonato per i quattro punti cardinali. Non è facile immaginare le mie gambe camminare con il loro ritmo naturale, mantenere lo sguardo dritto, non cedere al canto delle sirene ed arrivare finalmente in fondo alla strada, in un punto in cui quello stretto corridoio scompare lasciando in cambio uno spazio aperto di cui non intravedo nessun confine.

È alla fine di questo corridoio che, preso dal desiderio di scollare me stesso e il mio corpo da quella calca appiccicosa in cerca di un traguardo che mi faccia respirare liberamente, inciampo e cado per terra in quello che solo appena qualche istante dopo riconosco essere la gamba di un tavolo, un’enorme scrivania, tanto grande che almeno due persone potrebbero distendersi sopra comodamente.

Mi rialzo aggrappandomi a quel tavolo e al lato opposto vedo un uomo ritto in piedi, con la faccia talmente inespressiva che mi viene un’immediata voglia di disegnarci sopra, pur di dare a quel volto un’identità. Sembra che lui non si sia nemmeno accorto di me; lo vedo lì, agitare le mani verso l’alto, scuotendo una testa quadrata come se fosse in cerca di una direzione.

Mi sento talmente invisibile ai suoi occhi, che posso permettermi di osservarlo ad una distanza ridotta senza che lui reagisca. È infilato dentro un abito di un colore che somiglia tanto ad una sorta di grigio sporco, e dal modo in cui lo indossa sembra che un sarto molto abile debba aver cucito quel vestito attorno al suo corpo in modo che quell’uomo, anche volendo, non possa mai più uscire dall’abito. Sopra la sua testa quadrata sta un cappello che sembra invece dover cadere da un momento all’altro insieme alla sua testa. Quest’uomo si alza e si siede continuamente, ad un ritmo che definirei musicalmente perfetto, tanto ricorda la cadenza di un metronomo, come fosse stato addestrato sin dalla nascita a muoversi in un modo che, più che una danza, ricorda il movimento dei pistoni di un motore acceso.

Quando si rialza dalla sedia per l’ultima volta lo vedo uscire da sotto un cumulo di carte, calcolatrici, tastiere e libri pesanti come fossero bibbie o dizionari e nel frattempo lo vedo indossare tre diverse paia di occhiali che, con una successione frenetica, toglie e mette sopra al suo minuscolo naso, stando ben attento a chiudere gli occhi giusto per quei pochi secondi che non sono protetti da un paio di lenti.

Lo sento parlare fra sé e sé con tono da attore drammatico di cifre, dati, andamenti curvilinei, aumenti e decrescite, sviluppi e regressioni, tendenze stagionali, previsioni ed evidenze, mentre picchia con un enorme callo che fuoriesce dal suo indice destro sopra 5 o 6 calcolatrici poste sotto i suoi occhi, finché si blocca all’improvviso e, con uno sguardo appuntito e minaccioso come un coltello arrugginito, rivolto verso di me mi dice:

– Desidera avere qualche informazione, signore?
– Non credo proprio – rispondo.
– E allora non mi faccia perdere tempo, ho molto lavoro da fare.
– Se posso chiederle, che lavoro fa di preciso?
– Io inseguo le certezze, signore. Le catalogo, le registro in ordine alfabetico, le raccolgo in fascicoli e le incastro in queste carpette in modo talmente sicuro che esse non possono più uscir fuori da qui, neanche se lo volessero. Ognuna di queste certezze è calcolata sulla base di un conteggio numerico che io realizzo con queste calcolatrici che lei vede davanti a sé. L’unica difficoltà, ma non è nulla di insormontabile mi creda, è che le calcolatrici vanno tarate sulla base del cambio di stagione. In questo modo, a seconda del mese dell’anno due più due può fare quattro, ma anche sette o diciotto. Ma, qualunque sia il risultato, esso è lecito.

Mi sento all’istante di nuovo sulla mia corda, sballottolato di qua e di là, sull’orlo di un precipizio, ma mi sforzo di restare con i piedi per terra e domando:

– Ma chi stabilisce cosa sia giusto o sbagliato?
– Ma lei non comprende, allora? Le certezze non mentono mai. Esiste una sceneggiatura ben precisa dove i dati trovano senso. E tutto parte proprio da lì, da una storia perfetta dove i dati possono incastrarsi come in un puzzle in maniera certa e definitiva, senza alcuna ombra di dubbio. La storia di partenza è perfetta ed intoccabile e segue un andamento preciso. Come lei saprà ogni storia che si rispetti segue delle curve, con degli alti e dei bassi. Un regista di cinema o di teatro, come uno scrittore, sanno bene come il proprio lavoro si basi sul ritmo e sulle dinamiche e questo incolla lo spettatore alla storia, lo rende dipendente, lo vincola. In fondo siamo tutti spettatori, non è così? In questo modo, a partire da questa sceneggiatura, noi riusciamo in maniera millimetrica, direi proprio scientifica, a inserire dati e renderli verosimili, come fosse una grandiosa opera d’arte, talmente straordinaria da diventare reale. Siamo riusciti a far diventare la scienza una forma d’arte. O l’arte una forma di scienza. Beh, comunque sia, fa lo stesso – conclude, grattando con nervosismo la sua fronte che, data la strana attaccatura dei capelli, aveva la forma perfetta di un trapezio.

Fa appena in tempo a completare la frase che un colpo di vento, improvviso e gelido, fa volare le carte dal tavolo, alcune così lontano che sarebbe inutile andarle a rincorrere. L’impassibilità del signore dalla testa quadrata mi stupisce e lui deve aver colto il mio disorientamento, poiché ribatte prontamente e con un tono da attore navigato più drammatico di prima:

– Non si preoccupi, niente si crea e niente si distrugge caro signore, questo ce lo insegna la scienza come lei saprà. I dati non possono perdersi, noi li ricostruiamo in maniera estremamente precisa. I dati preesistono a tutto e quindi li conosciamo ancora prima di misurarli, quindi in realtà non sarebbe neanche necessario misurarli. La storia si ripete, è sempre tutto uguale, può cambiare un po’ il ritmo, la punteggiatura, ma tutto è esistito da sempre e pertanto tutto è immodificabile. Aaahhh che bellezza, vivere in un mondo cauto e ordinato. I numeri non tradiscono, essi sconfiggono ogni perplessità ed ogni paura del vuoto. Che libertà potersi affidare ai dati privi di esitazioni e di errori. Il numero sarà la nostra liberazione.

Visualizzo davanti a me due strade e la fantasia di scegliere la via da prendere, perché so che il dualismo è un passo necessario. O vado verso la strada della certezza, dei dati, del dataismo oppure verso la paura e l’incertezza, verso quelle altezze da funambolo che procurano vertigini. Istintivamente, per carattere, al dataismo preferisco la sana follia del dadaismo e piuttosto che contare le mie esperienze preferisco raccontarle per conoscerle meglio. Tuttavia so che i dati non sono il male ma lo diventano quando sostituiscono lo spirito. Quando si fa confusione tra i mezzi e i fini, entriamo nel regno demoniaco. E il diavolo è l’unico essere che si nasconde perché non vuole essere trovato. Per questo ho paura e decido di tenermela stretta. Ma so anche che i miei piedi devono saper stare per terra, anche se in questo momento mi sembra di perdere ancora l’equilibrio e di cadere con la faccia spiaccicata in basso.

La paura è una strana bestia. Per la paura vedo persone diventare simili a virus, perché si adattano e mutano al solo scopo della sopravvivenza, come se questa rappresenti ormai il loro ultimo valore. I virus sono il loro specchio, non sono vivi né morti e restano indifferenti allo spirito. Mi salva la consapevolezza che il dataismo non potrà raggiungermi mai, poiché io sono dove non posso essere trovato, come ogni essere dotato di spirito resto inafferrabile a qualsiasi dataismo e riduzionismo meccanico che dello spirito ignorano pure l’esistenza.

Ma non ho modo di pensare a lungo perché sento l’uomo dalla testa quadrata urlare nelle mie orecchie:
– Non mi faccia perdere altro tempo, i numeri scappano via se non gli stiamo dietro, io ho tanti calcoli da fare, signore. Senza contare che tra pochi minuti, alla mezzanotte in punto, dovremo cambiare la taratura in tutte le calcolatrici.
Mi sento di nuovo sospeso in aria e prontamente rispondo:
– La mezzanotte, dice? Ma io vedo il sole sopra la nostra testa e non credo neanche che stia tramontando.
– E no, caro signore, tra pochi istanti scocca la mezzanotte. Lei non è ben informato. Me ne sono accorto sa? Me ne sono accorto che lei non è come gli altri e il suo tempo è ormai finito sa? Lei ha tutta l’aria di essere un untore, sì, un untore dello spirito. Ma i tempi stanno cambiando e la mezzanotte è vicina anche se potrebbe non sembrarle così. E questo è vero, come è vero che due più due fa quattro.

Appena termina di dire questa frase mi sembra per un attimo che lui stia per ingoiare la propria lingua e, frattanto, assume un’aria talmente confusa e pentita che sembra scoppiare. Ma, purtroppo, lo ritrovo un istante dopo con la stessa espressione priva di una qualsiasi espressione e con la stessa testa quadrata.

– E adesso se ne vada, ho tanti numeri da portare nella giusta direzione – insiste.

Inesorabile, arriva un altro colpo di vento, talmente confuso e impetuoso da farmi sentire così intontito che, cessato quel vento, non ritrovo più davanti a me l’uomo né la sua scrivania. E non comprendo se è scomparso lui, volato via insieme alle sue carte ed alle sue calcolatrici, o se sono volato via io chissà dove, per ritrovarmi in un altro luogo.

Così, decido di tornare sulla mia corda da funambolo.
Mi manca la terra sotto i piedi, ma qui mi sento più al sicuro, più vicino al cielo e l’aria è più fresca. Tanto sono certo che anche sfidando la morte, o proprio per questo, un giorno arriverò a destinazione.

E, ripensandoci, non so se la mia discesa sia stata reale o un sogno. O se mi trovo adesso, qui, nella mia sospensione da funambolo dentro a un sogno. Ma forse la realtà, qui in alto, è più vicina alla verità di quanto non sia lì in basso, per quanto i miei occhi e le mie orecchie abbiano potuto percepire.

Poi ho capito. Ho fatto una giravolta sulla mia corda, mi sono messo davanti ad uno specchio, le gambe in su, la testa in basso: per capire bisogna leggere tutto al contrario.

AttualitàTavola rotonda

Resilienza: adattamento o resistenza?

Tavola Rotonda

In occasione della Giornata Nazionale della Psicologia del 10 ottobre 2022, promossa dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, e dedicata a “i percorsi della resilienza”, i rappresentanti nazionali della nostra categoria hanno indicato nello sviluppo della resilienza uno dei fattori principali per promuovere e costruire la salute mentale e la qualità della vita.
La resilienza per lo più è interpretata come una capacità che consente agli esseri umani di avere e di mantenere atteggiamenti e comportamenti efficaci per lo sviluppo di equilibri adattivi positivi.
Promuovere resilienza permette anche di tutelare una buona performance collettiva, a garanzia della tenuta del sistema sociale in cui viviamo.

Con l’intenzione di restituire al termine “resilienza” un significato non banale, all’interno dei nostri incontri del lunedì, abbiamo deciso di approfondire il tema, in relazione alla promozione e sostegno dello sviluppo individuale e del Paese.

Gli incontri sono sempre una piacevole occasione per animare un dibattito a volte acceso e sempre interessante. Ciascuno di noi mette a disposizione le proprie conoscenze e ne deriva un autentico arricchimento per tutti. 

Poiché attorno al concetto di “resilienza” si condensano molti dei significanti del mondo contemporaneo, abbiamo chiesto un approfondimento a tre colleghi: Tiziana Compagno, Vincenzo Rubino e Gabriella Scaduto.

È venuto fuori un commento corale, acuto e interessante, grazie al quale possiamo inaugurare oggi il format delle tavole rotonde.
Il confronto ha messo in luce un accezione forse poco comune del termine e il suo legame con il concetto di “resistenza”.

Buona lettura!

***

Gabriella Scaduto: per me la vita è un continuo divenire, è evoluzione pura. Scorre come la corrente di un fiume e ci pone davanti a molteplici variabili in un continuo processo di adattamento.
La vita dunque ci mette sempre alla prova, e ciascuno di noi deve poter avere la possibilità di superare tali prove per dire a se stesso che è vivo, c’è.
Essere vivi significa adattarsi continuamente… a cosa? Agli svariati eventi che si susseguono, ai vari compiti evolutivi, ai diversi ruoli che assumiamo e che la società di cui facciamo parte ci affida, e persino alle relazioni che intraprendiamo.

Ma adattarci comporta anche saper affrontare e superare gli ostacoli che la nostra esistenza ci pone, come possono esserlo i forti cambiamenti (lutti, crisi, relazioni importanti che si chiudono, ecc.). Migliore è la capacità nell’adattarsi ai vari eventi, maggiori saranno state le risorse di cui ognuno si sarà avvalso per creare nuovi e continui equilibri, e dunque più resilienti saremo stati.

In fondo, si potrebbe dire che l’essere umano è metaforicamente un po’ come il circense che cammina sospeso in alto su un filo con un’asta tra le mani, sempre pronto, passo dopo passo, ad avanzare in una combinazione di forze interne (il nostro senso di equilibrio) ed esterne (la corda tentennante su cui camminiamo e l’asta che reggiamo).

Tiziana Compagno: la parola “resilienza” incita a reagire, a rispondere ad un colpo percepito pesante oltre misura, ma intanto dice che il dolore, in fondo, dipende da noi, dalla nostra volontà, il che non è vero o lo è solo in parte.
La parola “resilienza” nega alla radice, cioè, che ci sia permesso soffrire e abbattersi per il male del mondo. Se soffri, sei debole e non meriti rispetto dunque.

Oggi la resilienza è divenuta una tra le competenze trasversali più ricercate, e in un momento storico come quello che stiamo vivendo, può essere potenziata da ognuno di noi, soprattutto quando siamo motivati da circostanze particolari.

In origine erano definiti “resilienti” quei metalli che, se venivano sottoposti a una forza, si piegavano senza rompersi. Da qui alla psicologia il passo è breve: gli psicologi del XX secolo, alle prese con i traumi e la fragilità umana, hanno adottato e usato il termine resilienza per indicare la capacità di fronteggiare le difficoltà senza spezzarsi: “calati iuncu ca passa ’a china”.

Gabriella Scaduto: l’uomo è resiliente per natura: si piega, ma difficilmente si spezza. Essere resilienti ci consente di scegliere di non star fermi e restare inermi, passivi, bensì di compiere quell’opportuno sforzo che ci consentirà di giungere a un nuovo e più funzionale equilibrio.

Scegliere di non scegliere, altresì, ci renderà dei disadattati e ci condannerà ad una vita vuota, sempre in superficie.

Tiziana Compagno: “resilienza”, del resto, è la capacità di non farsi spezzare nella struttura interna, ma concedersi di farsi piegare da un ostacolo, trovando la forza e la volontà di andare avanti. Come per i materiali antisismici che consentono di fronteggiare un terremoto, oscillando, anche impetuosamente, senza crollare, lo stesso capita alla mente umana quando reagisce con resilienza: ci si piega al dolore, ma non ci si spezza.

Nonostante il trauma, generalmente si attinge al proprio bagaglio di energie interiori, a volte anche inconsapevolmente, per superare le avversità. Un individuo resiliente ha imparato ad attingere dal baule delle proprie risorse emotive, tirandole fuori al momento opportuno, proprio come dal cilindro di un mago, un coniglietto.

Secondo la psicologia, è possibile allenare la propria resilienza con l’esperienza.

Gabriella Scaduto: l’adattamento richiede un cambiamento riguardante non solo la nostra condotta, ma anche e soprattutto la creazione di nuovi processi di pensiero, nonché l’attivazione e la conoscenza delle nostre emozioni in quel dato momento in cui viviamo il cambiamento.

La consapevolezza di chi siamo, infatti, ci dona quelle energie indispensabili affinché si possa affrontare un accomodamento alle varie situazioni: se conosciamo i nostri punti di forza, oltre che le nostre aree di fragilità, potremo comprendere quali strategie mettere in atto senza uscire malconci da eventi critici o inaspettati.

Vincenzo Rubino: gli ultimi due anni hanno rappresentato per l’Occidente un cambiamento radicale rispetto alle norme etiche e sociali alle quali eravamo abituati. La pandemia infatti ha rimescolato le carte e ha messo in discussione alcuni concetti chiave che sembravano ormai assodati, in particolare modo nel nostro continente. 

Parole come socialità, democrazia e libera espressione del proprio potenziale individuale sono state ampiamente messe in discussione dallo stato emergenziale e dalle scelte politiche.

Uno dei concetti più usati e suggeriti anche e soprattutto a livello mediatico è stato quello di resilienza, che spesso è stato raccontato come la capacità di adattarsi alla situazione emergenziale, accettando in modo per certi versi passivo lo scorrere delle situazioni spiacevoli con la convinzione che da sole queste passeranno.

La resilienza è sicuramente un meccanismo adattivo fondamentale in talune situazioni di crisi davanti alle quali la vita ci pone, soprattutto nella misura in cui non ci sono altre possibilità di azione o di reazione. Lo è per esempio per i bambini che vivono in situazioni maltrattanti o abusanti, proprio perché adattarsi per non “frammentarsi” è l’unica scelta.

Probabilmente nella prima fase dell’emergenza, quando non conoscevamo con cosa ci stessimo confrontando, i resilienti ne sono usciti bene proprio perché bisognava limitare i danni e difendere la salute fisica in primis dal non conosciuto.
Ben presto è stato però chiaro che la strategia di restare in attesa che il vecchio mondo ritornasse non poteva funzionare, e si correva un duplice rischio: alimentare un atteggiamento non costruttivo, e restare in attesa di qualcosa che probabilmente non sarebbe arrivato.

Tiziana Compagno: quindi, che differenza c’è tra resilienza e rassegnazione? All’incirca quella che intercorre tra il reclamare e l’accontentarsi. La resilienza non è sopportazione di una situazione di sudditanza psicologica, oppure il tenere duro in condizioni di lavoro proibitive, come quelle in cui ci si può ritrovare, oggi. Altrimenti si parla di vera rassegnazione, senza nemmeno un lamento o un cenno di ribellione.

La “resilienza” è un concetto che va capito. Abbiamo quasi il dovere di farlo. Per impedire che si possa ritorcere contro, facendoci abbassare il capo, come sta succedendo attualmente.

Il protagonista del film Equilibrium del 2002 sostiene: “ricominceremo a toccare il mondo senza guanti, torneremo a guardare fuori dalla finestra, ci emozioneremo guardando la neve che cade sulla Tour Eiffel in una boccia di vetro… in una parola, ci ribelleremo piano piano al regime che ci siamo auto-imposti”.

“Ogni cambiamento è una minaccia alla stabilità”, scriveva Huxley nel suo più conosciuto romanzo, aggiungendo: “quando l’individuo sente, la comunità vacilla”.
Nell’opera, il raggiungimento di una stabilità collettiva può avvenire solo attraverso la perdita dell’individualità, ovvero dell’umanità di una persona che risiede nelle sue emozioni, nei sentimenti più intimi.

Nell’universo del Mondo Nuovo, la tecnologia ha permesso un’umanità altamente avanzata, libera da preoccupazioni, guerra e povertà, attraverso l’assunzione di un medicinale. Ci sono parole che vengono utilizzate a sproposito, diventando delle vere e proprie mode. Alcuni neanche ne conoscono il significato, ma le utilizzano lo stesso seguendo le ondate.

I social hanno evidenziato ancor di più questa tendenza. E nel 2020 è il caso del termine “resilienza” che compare ovunque, anche a causa della pandemia. Ma il suo continuo utilizzo, anche in contesti che non lo richiedevano, ne ha svilito il significato.

Tutto è resilienza: lo è stato l’atteggiamento degli italiani in risposta alle difficoltà provocate dalla pandemia (ce la faremo, andrà tutto bene, quante volte ce lo siamo sentiti ripetere e ce lo siamo ripetuti in testa per accettare quanto ci stava travolgendo) e ai rigidi protocolli che hanno cambiato la nostra quotidianità, con restrizioni e mascherine a cui non siamo mai stati abituati. Lo è stato il comportamento di quei medici e sanitari che hanno lavorato incessantemente per curare e ricevere tutte quelle persone in difficoltà a causa del virus, e che oggi rischiano la sospensione perché portano avanti ciò in cui credono, in nome dell’umano sentire. 

La parola “resilienza”, usata in tal modo, ci vieta di fallire e trasforma in colpa il nostro dolore. Una parola sola che però può avere mille significati, usata a sproposito. Ma che può diventare, grazie al suo vero significato, un’arma utile in una società che pretende sempre più da noi.

Se la resilienza è la capacità del sistema di assorbire il disturbo senza dar luogo a un cambiamento di regime (adattarsi senza trasformarsi), la sostenibilità è di fatto la conoscenza della natura e della capacità di gestire il sistema in relazione a tutto ciò. 

Si tratta di imparare a incanalare le correnti che ci interessano nelle infrastrutture che ci sono necessarie.

Gabriella Scaduto: ciò richiede una visione introspettiva, ovvero una panoramica del nostro mondo interno composto da quel bagaglio di esperienze (la nostra storia) che ci rende unici al mondo, unito alle emozioni che stiamo sperimentando e che possono fungere da “motore propulsore” nel nostro processo di adattamento.

È un dovere verso noi stessi sviluppare e possedere un pensiero critico verso quel che ci circonda, perché solo così possiamo essere resilienti rispetto a ciò che minaccia il nostro equilibrio interiore dinnanzi ai cambiamenti.

Tiziana Compagno: pensare resiliente per me è pensare sistemico: il dominio umano e quello biofisico sono interdipendenti. La resilienza rappresenta prima di tutto il contrario della fragilità, ciò che è resiliente si piega ma non si spezza, ed è in grado di ritornare alla posizione iniziale. Il resiliente nasce dalle proprie ceneri uguale a prima.

Nell’ambito della psicopatologia, la resilienza è considerata come la capacità di evolvere anche in presenza di fattori di rischio. La descrizione del processo di resilienza parte dallo stato di “omeostasi bio-psico-spirituale”, ovvero l’adattamento della mente, del corpo e dello spirito alle proprie condizioni di vita, siano esse buone o cattive. Questo stato è una sorta di “spazio confortevole” al quale tendiamo a rimanere attaccati.

Mi viene in mente uno dei brani più famosi dei Pink Floid: Comfortably Numb. Nel testo Rogers Waters ci avverte del potere seduttivo che può avere la promessa di una posizione comoda quando non si sente più la capacità di potersi gestire da solo. In questo brano l’artista fa una precisa descrizione, denunciando una realtà mistificata, capace di schiacciare le volontà dell’individuo, annullando la stessa risonanza personale. Il sacrificio di sé, così inteso, è la descrizione di un individuo ben irregimentato.

La canzone racconta quanto avvenuto in occasione di un concerto: prima di andare sul palco, il medico gli aveva dato un sedativo così forte che ebbe delle grandi difficoltà a concludere. E il cantante racconta: “sono state le due ore più lunghe della mia vita. Stavo cercando di mandare avanti lo show ma riuscivo a malapena a sollevare il braccio”.

L’immagine del pubblico che canta sotto il palco mentre il cantante vive ore di difficoltà ci rimanda la sensazione di incomunicabilità e di distanza vissuta in quel momento.
Il pubblico non si accorge di nulla, lo vuole sul pezzo performante, non può cogliere l’effetto che sta facendo quel medicinale, ma vede solo che lui è all’altezza dell’evento e sta dando loro quanto richiesto.

Il testo della canzone di Roger Waters recita:

There is no pain, you are receding
A distant ships smoke on the horizon
You are only coming through in waves
Your lips move but I can’t hear what you’re sayin’
*
Non c’è dolore, vi state allontanando
Una nave lontana che fuma all’orizzonte
Arrivate solo a ondate
Le vostre labbra si muovono ma non sento cosa state dicendo

Che l’altro ci ascolti e ci comprenda è un bisogno importante per l’individuo; così il dolore, poterlo sentire senza fuggirlo, diventa forse l’esperienza più umana e imprescindibile che un individuo si può concedere.

Il dolore, quindi, come strumento evolutivo con il suo potere trasformativo.

Fuggire dai problemi, dalle difficoltà, dai malanni pensando che con l’aiuto di una “punturina” ottengo l’effetto magico di una risoluzione. Il vaccino risolve e poi, eventualmente, si pensa alle conseguenze future. Intanto non sento più l’ansia e il timore di soffrire e morire.

Nel ritorno allo stato di omeostasi iniziale viene persa l’opportunità di crescere, e ci si limita ad affrontare e superare il momento attuale di disequilibrio per poi ritornare alla stato di partenza, senza che ci sia stato il rafforzamento della propria capacità di coping e delle qualità resilienti.

Ciò che viene a mancare è il momento di riflessione e introspezione, che viene saltato a favore di una ricerca immediata di soluzioni pratiche al problema.

Nel significato di resilienza si nasconde un imperativo morale vischioso: il tentativo radicale e ideologico di negare la possibilità stessa del male, e di addossare a ognuno la responsabilità di reagire trasformandolo in bene.

Il problema con la resilienza è che la regola la fa chi ce la fa, non chi soccombe. La fanno i forti, non i deboli.

Vincenzo Rubino: al concetto di resilienza dobbiamo accostare quello di “resistenza”, termine che rimanda non solo a rimanere in piedi mentre le onde ci travolgono, ma anche a un processo attivo e agito, nel quale chi resiste ha chiaro che si possono fare tante cose, non solo per sopravvivere ma per vivere e cambiare il contesto sociale nel quale ci troviamo. 

Questo atteggiamento resistente (ricordiamo che in fisica la resistenza è proprio la capacità dei corpi di opporsi al passaggio della corrente), se compreso e sposato, può portarci a crescere nella crisi, trasformando i sentimenti negativi in movimenti costruttivi.

Non è un caso che in questi due anni siano nati movimenti, associazioni, gruppi culturali composti da individui che altrimenti avrebbero faticato a stare insieme, e che credo abbiano come denominatore comune non tanto l’idea di tornare al vecchio mondo con le vecchie regole, ma aspirino piuttosto a creare un mondo nuovo con nuove regole e un nuovo patto sociale; parliamo di medici, avvocati, psicologi e in generale cittadini che hanno avuto il coraggio di guardarsi “verticalmente dentro” e comprendere di avere la possibilità di fare qualcosa per risalire la corrente, di sostituire la frase deresponsabilizzante “andrà tutto bene” con l’idea che bene potrà andare solo se ognuno si prenderà in carico il proprio pezzettino di resistenza e di responsabilità.